mercoledì 26 novembre 2014

La luce del buio - romanzo completo

Marco Cedolin

CAPITOLO I - Pensieri non conformi.

Il bagliore del sole stava rapidamente svanendo nella luce opaca del tramonto.
Era stata una giornata mite, come ormai da una decina d'anni era solito attendersi nel mese di dicembre. Raramente in città il termometro si avvicinava ai dieci gradi durante l'inverno, ed il più delle volte questo avveniva in gennaio.
Mario regolò la maschera sul livello 3 e si avviò a passi lenti lungo il viale. Era un uomo di media statura, corporatura abbastanza robusta, capelli corti brizzolati, retaggio della moda d'inizio secolo, gli veniva spesso fatto notare. Il viso regolare e l'idiosincrasia agli innesti lo facevano in effetti somigliare ad una sorta di anacronistico fantasma del passato.
I primi lampioni cominciavano ad accendersi pigramente mentre saliva sul tappeto mobile 32 che lo avrebbe condotto alla vicina fermata del metrò. I tappeti erano l'unico mezzo di locomozione consentito in superficie da quando nel 27 erano state bandite le ultime automobili.
Dopo un paio di minuti il tappeto rallentò fino a fermarsi e due agenti della Polizia Preventiva con le tute blu sulle quali campeggiava la scritta” rischiamo la vita per la tua sicurezza” iniziarono una minuziosa perquisizione di tutti i viaggiatori, protesa alla ricerca di fantomatici ordigni esplosivi ed al controllo degli abbonamenti mensili da 30 dollari mondiali che ognuno era tenuto a portare con sè per avere diritto alla motilità di superficie.
Dopo una ventina di minuti il marciapiede mobile riprese la sua corsa e si affrettarono a risalire alcune persone che avevano approfittato della sosta per ricaricare la propria maschera nei self service della "carboniattivi futuro" posti alla base dei lampioni. Mario pensò che avrebbe anche lui dovuto provvedere a quell'operazione entro un paio di giorni, ma preferiva farlo in un punto ricarica manuale, dove esisteva ancora un operatore, anche se gli costava quasi un dm in più.

La stazione del metrò era un fantasmagorico carosello di luci, pannelli lcd ed ologrammi intelligenti. Da quando la volgare pubblicità era confluita nel ben più nobile "orientamento delle masse", gli investimenti nel settore non avevano conosciuto sosta. Un olomanager in versione distinctive (abito grigio con cravatta marrone su camicia blu) mostrava i vantaggi del nuovo olocellulare so210 a doppio innesto, venduto a soli 270dm.
Una oloragazza con andatura ondeggiante in abiti sognod'estate sfoggiava orgogliosa la sua nuova maschera carezza di velluto con autoidratatore della pelle incorporato al prezzo promozionale di 190 dm.
Più in basso due olocoppie gustavano la propria cena, incuranti della scala mobile che correva loro accanto, promettendo con i propri sguardi languidi, serate idilliache e cibo sinteticamente protetto nei ristoranti della catena "atmosfere di un tempo".

Mario scese dal tappeto e si diresse verso una camera fumo, pagò un dm per l'ingresso, si tolse la maschera e si accese una sigaretta. Da quando nel 29 il fumo era stato dichiarato pubblicamente inaccettabile lo stato aveva installato dei locali con depuratore incorporato, dove previo pedaggio gli sconsiderati che intendevano perpetrare tale efferatezza potessero farlo senza recare danno alla comunità. I locali erano poi stati dati in gestione a varie società private e il tutto si era rivelato un ottimo business.
Spenta la sigaretta nell'apposito contenitore, Mario rimise la maschera e si approssimò alla carrozza. Non riusciva a sentirsi in colpa per un vizio che aveva radici nella sua adolescenza e pensava che tutto sommato quel folto gruppo di vilipesi schiavi del tabacco rendeva, tanto allo stato quanto alle multinazionali, un bel mucchio di denaro e in quanto al danno alla comunità, la necessità di portare la maschera all'aperto testimoniava origini di ben altra natura.

 

Superato il controllo della pp. l'interno del vagone risultava estremamente spartano, il blu era il colore dominante, due file di poltroncine con dispensatore di olovideo pubblicitari e massaggiatore lombare incorporato correvano lungo i lati, ma la maggior parte delle persone erano in piedi, assiepate l'una all'altra, come sempre nell'ora di punta. Un uomo sulla cinquantina vestito in formale standard, probabilmente un commercialista o un impiegato, stava gustando appieno il suo innesto olodvd immerso in una pseudo realtà certo più gratificante di quella che lo circondava.
Due signorine sulla trentina erano infervorate in una discussione sulle nuove colorazioni dei capelli e sulla possibilità di disegnare forme sugli stessi, tramite tinture ad incidenza variabile.
Poco più in là un giovane in abito blu e cravatta verde su camicia grigia (era la divisa degli studenti della "manager domani") stava chiedendo alla pp.tramite il suo olocellulare l'autorizzazione ad una chiamata privata. Dopo gli attentati del 24 lo stato aveva deciso che ogni chiamata telefonica doveva essere prima autorizzata e poi registrata, questo naturalmente per salvaguardare l'incolumità dei cittadini.

La fitta al braccio destro, quasi vicino al polso, fu violenta come una scossa elettrica, ma non durò più di un secondo. Mario fu strappato violentemente ai suoi pensieri dall'improvvisa sensazione di dolore, ma riuscì appena ad intravvedere l'uomo sulla sessantina che lo aveva urtato, mormorando un paio di parole di scuse.
Aveva i capelli lunghi, bianchi ed una ridicola barba poco curata, stava sparendo verso la fine del vagone e per quanto si sforzasse non gli riuscì di capire quale sorta di “pacchetto” indossasse.
A ben pensarci gli era già capitato in precedenza qualcosa del genere, aveva già sentito quel dolore lancinante che non durava più di un attimo, una ventina di giorni prima, se non ricordava male, mentre stava giocando una partita di “combact “ con Alessio Greco.

 
La stazione di Rivoli era più piccola e raccolta, ma manteneva lo stesso stile di quella di partenza, pubblicità olografica in abbondanza e polizia preventiva assiepata in ogni angolo. Mario si ritrovò a riflettere, per la prima volta in tanti anni, su quanto fosse assurdo fare un viaggio in metrò di 11 minuti, per poi dovere attendere in coda oltre mezz'ora per superare il controllo della pp.

Ma forse aveva ragione il suo collega Mattia Semioli, certe idee gli frullavano nel cervello solo perchè era una delle poche persone che si ostinavano a non fruire del programma di analisi bisettimanale, offerto dallo stato in forma gratuita.



Risalendo in strada tutto era avvolto in una nebbiolina opalescente e a dispetto dei 15 gradi che campeggiavano sui termometri lcd, Mario fu costretto ad allacciarsi il giaccone modello invernocaldo e ad aumentare il termostato interno, girando la linguetta posta sotto al cappuccio.


Erano le 19,30 il tappeto 3 che lo conduceva a casa era affollato di gente che tornava dal lavoro, stava girando molto lentamente per dar modo ai fedeli in uscita dalla parrocchia dell'uguaglianza, dopo la funzione preserale di confluire senza che si creassero intoppi di sorta.

Il cristianesimo aveva ormai da molti anni lasciato il passo al culto della fede globale, soprattutto da quando nel 33, dopo l'incendio delle ultime chiese, il Nuovo Ordine Mondiale lo aveva dichiarato religione unica.



Mario lasciò il tappeto a qualche centinaio di metri da casa, ed imboccò al volo la porta a vetri dell'ipermarket. Dovette attendere alcuni minuti in coda, mentre un agente della pp. esaminava i clienti in entrata con il metal detector e poi si diresse con passo sicuro ad affittare un cybercarrello modello piccolo, introdusse nella fessura la dm card e fu libero di scorazzare fra gli scaffali luminescenti, con le oloinservienti rigorosamente biondo platino che illustravano offerte promozionali e sconti convenienza.

 
In realtà aveva ormai da anni abbandonato l'illusione di una dieta variegata e ipocalorica, ragione per cui si accontentò di una confezione di lasagne sintetiche autoriscaldanti, degli hamburger di soia senza grassi animali aggiunti e una poco salutare confezione di coca cola, unico dinosauro ad aver attraversato il tempo senza mutazioni genetiche significative.

Prese anche un pacchetto di polvere profumata per gatto ed un paio di scatolette di cibo per animali.

I cyberpet avevano ormai quasi completamente soppiantato nelle case gli animali domestici. Obbedienti, puliti, sterili, ne esistevano di ogni prezzo e foggia. Nonostante ciò alcune persone si ostinavano contro ogni logica a preferire la compagnia dei quattrozampe pelosi ed irrequieti che necessitavano di cure ed attenzioni continue. Lo stato dal canto suo si limitava per ora a sconsigliare gli animali domestici vivi, quali portatori di svariate malattie, ma senza porre alcun veto al riguardo, tranne una tassa annua di 1017 dm.



Essendo ormai arrivato alla zona cassa, Mario digitò sul carrello il codice della card, approvando la spesa di 13 dm. ed estrasse dal medesimo la busta in cartoplastica inerte già riempita delle vettovaglie. Una scritta posta accanto ad un piccolo chip avvertiva che la busta avrebbe dovuto venire eliminata entro 72 ore nell'apposito riciclatore, onde evitare la multa di 10 dm. per inquinamento ambientale.



Fuori la nebbiolina si era fatta più fitta, Mario avvicinò gli occhi all'analizzatore di retina del portone centrale e questo si aprì contemporaneamente alla postasicura situata nell'androne del palazzo, dentro vi erano un paio di bollette ed una grossa busta arancione dalla fattura insolita; egli si premurò di prendere il tutto prima di richiudere lo sportello ermetico.

L'ascensore salì al quarto piano e dopo avere nuovamente posto gli occhi dinanzi all'analizzatore potè finalmente chiudersi alle spalle la porta di casa.

L'orologio appeso al muro, una vecchia Mole Antonelliana in legno, cesellata a mano da suo nonno quasi un secolo prima, segnava le 20.30 e lui, mentre si toglieva la maschera e la riponeva nell'apposito vano si rese conto di sentirsi insolitamente oltremodo stanco e spossato.



Il primo gesto quasi automatico fu quello di attivare il videolofono ed avvisare la pp. del proprio rientro a casa, era indispensabile nell'interesse dei cittadini far si che le forze dell'ordine fossero sempre informate riguardo agli spostamenti di ciascuno. Poi accese l'olotv 42 pollici e due concorrenti dall'aria pseudo intellettuale si animarono all'interno della stanza, insieme al presentatore di “Una domanda per cambiare una vita”.

Era obbligatorio tenere l'olotv acceso almeno cinque ore al giorno e il ministero per la cultura delle masse aveva fatto di questa legge un vanto, nel nobile tentativo di ridurre sempre più l'ignoranza e promuovere la cultura.


Incurante delle “domandine” che gli saltellavano accanto in abiti discinti, profondendosi in un balletto d'intermezzo ( atto a stemperare la tensione dei concorrenti, nonchè a rimpolpare i dati olotel in sovraimpressione in un angolo del tinello) Mario incominciò a riempire le ciotole accanto alle tre bestiole pelose che si profondevano in miagolii degni degli impianti polifonici di ultima generazione.



In quel momento il videolofono intonò con voce querola “chiamata in arrivo Olga De Martinis” e così continuò fino a quando lui non si rassegnò a pronunciare la parola "ok".

Lo schermo lcd inquadrava una ragazza sulla trentina di carnagione chiara, i capelli rosso amaranto screziati di verde in quello che restava di un'acconciatura selvaggia chic datata un paio di giorni, gli occhi impenetrabili dietro le lenti a contatto maculate, un piercing al naso abbastanza discreto ma in grado di contenere almeno un paio d'innesti.

-Ciao bell'uomo non ti fai sentire da più di una settimana e pensavo fossi adirato con me per chissà
uale motivo-

esordì la fanciulla.

- No Olga,mi conosci da sette anni anche se non ci siamo mai incontrati personalmente e sai benissimo che adirarmi non rientra nei miei sport preferiti. Semplicemente sono stato troppo indaffarato in questo periodo il lavoro-



-Non iniziare con l'elenco dei tuoi impegni, lo conosco a memoria ed è una scusa alquanto banale,non trovi?-

-Beh si in effetti, la verità è che ultimamente non mi sento troppo bene, sono apatico e alcune volte percepisco come una sensazione d'insofferenza dentro di me.-

-Sono secoli che ti ripeto d'incominciare le sedute di analisi bisettimanali, come puoi mantenere un equilibrio senza di quelle?-

-Si un giorno o l'altro vedrai che mi deciderò.-

-Bene allora cerca di farlo entro un tempo ragionevole, non riesco a capire per quale ragione una persona intelligente come te continui ostinatamente a farsi del male.-.....


-Certo "mamma" stai tranquilla, prenderò la medicina più amara.-

-E non chiamarmi mamma, lo sai che mi mandi in bestia!-

-Credo sia l'unico modo per poter leggere oltre le tue lenti una briciola di umanità eh eh.-

-La verità è che sei un ingrato e spegni quella sigaretta o veramente il tuo masochismo è senza limite?-

Certo "mamma" ci vediamo venerdì per una partita a combact?-

-Ok zoticone e telefona all'analista.-

-Notte...-



Olga era solo un'amica, d'altronde Mario non era mai stato attratto dal sesso virtuale, sicuro ma troppo impersonale, lavorava in un Punto Farma in centro e fondamentalmente era una brava ragazza, sincera e leale, ma perfettamente inquadrata nella realtà.

Già, perchè mai non avrebbe dovuto esserlo? Si sorprese a pensare fra sè e sè.

Ultimamente gli capitava sempre più spesso di ritrovarsi a fare dei ragionamenti privi di ogni fondamento logico, forse avrebbe davvero dovuto chiamare l'analista un giorno di questi.



Mentre seduto a tavola stava gustando le lasagne autoriscaldanti, sul tappeto dinanzi a lui, accanto al gatto rosso che sonnecchiava meditabondo si svolgevano le azioni salienti dell'incontro di serie A Trenisicuri Inter - Aspirina T7 Lazio. Da quando nel 23 l'accesso agli stadi era stato vietato agli spettatori, per prevenire ogni episodio di violenza, le partite di campionato venivano diffuse esclusivamente sull'olotv, differite lungo tutto l'arco della settimana per incrementare l'audience e strappare contratti sempre più lucrosi.

Forse per questo, o per chissà quale altro arcano motivo, stentava sempre più a capire il mondo del calcio e la passione di un tempo si era trasformata in una semplice curiosità meccanica.



Mario finì la cena con una tazza di caffè solubile solorelax, inesorabilmente decaffeinato, dal momento che la caffeina era stata bandita da ormai più di dieci anni, in quanto nociva alla salute. Si accese una sigaretta ed aspirando con gusto, osservò dalla finestra la nebbia che si era fatta fitta ed emanava una leggera luminescenza giallo verdina, poi tornò in tinello, si accomodò sul divano e nel bel mezzo di una disputa fra parenti prossimi, ormai degenerata a calci e pugni si addormentò.


La luce del buio capitolo II - Anche un sigaro può essere fatale


Gli uffici della Word Italia Collection occupavano i primi ventisette piani della Torre WIC che con i suoi 410 metri di altezza dominava il centro di Torino. Era una delle tre compagnie mondiali che si dividevano il mercato dell'abbigliamento e produceva di tutto, dagli abiti per bambino alle mise più esclusive, dedicate ai vip.

Mario vi lavorava da una quindicina d'anni, da quando anche gli ultimi negozi indipendenti avevano chiuso i battenti, strangolati dallo strapotere delle tre sorelle.


La sua scrivania si trovava al quinto piano ed era quanto di più scarno si potesse immaginare. Un ripiano in mogano artificiale con schermo olonet da 21 pollici incorporato e alcune pile di schede di memoria disposte ordinatamente. Il suo compito consisteva nel distribuire presso i punti vendita del Piemonte quattro delle 118 collezioni prodotte dalla WIC. Gioventù ribelle, Sognodidonna, Solomanager e Martina couture.

A intervalli regolari contattava i vari responsabili acquisti e mostrava loro i nuovi pacchetti in consegna, seguivano interminabili olodiscussioni aventi come oggetto mode fogge e colori, infine raccoglieva l'ordinazione della quantità necessaria e la trasferiva all'ufficio produzione. Oltre alla presentazione dei pacchetti doveva ovviamente far fronte alle lamentele e alle problematiche di tutta la clientela e questo era uno dei risvolti meno avvincenti della sua occupazione. La retribuzione di 1100 dm. mensili non era granchè, ma con la disoccupazione che aveva ormai superato la soglia del 70% Mario si riteneva tutto sommato abbastanza fortunato.
 
Erano da poco passate le 10 del mattino,fuori dalla finestra un sole pallido combatteva la sua battaglia già persa nel timido tentativo di sovrastare la coltre di polvere che lo contornava. Mario si sorprese a cercare nella propria memoria il ricordo dell'ultima volta in cui si era soffermato a guardare le nuvole correre nell'azzurro del cielo, era stato in montagna l'estate dell'11, due settimane spensierate a contatto con la natura. Raramente gli capitava di abbandonarsi ai ricordi ma nelle ultime settimane questi si erano fatti più vividi e gli pareva di potere quasi respirare quell'aria frizzante, con il profumo dei pini e del muschio trasportato dal venticello fresco.



La voce di Mattia Semioli lo riportò alla realtà. Era un ragazzo sui 35 anni, magro, allampanato con una testa così lucida dal rendere impossibile l'idea che anche un solo capello avesse mai osato albergarvi. Indossava un pacchetto tecnocittà, scarpe che ricordavano quelle dei ciclisti di un tempo, pantaloni attillati in plastopelle nera, camicia bianca con vistosa zip laterale cromata. Ma ciò che più colpiva di lui alla prima occhiata erano i vistosi orecchini ad anello e l'abbondanza di piercing distribuito disordinatamente sul naso e sulle labbra, segno inequivocabile di una passione smodata per gli innesti.


-Ehi hai sentito che tigredinotte sta continuando a crollare Nelle vendite?-

Sibilò con quel tono di voce sussurrato che lo faceva somigliare ad un patriota dell'ottocento nell'atto di ordire una cospirazione.

-La moda è fatta così è un movimento ondivago,oggi sei in paradiso, domani all'inferno-.

-Ah si, buona la tua filosofia, ma intanto Brian Ceccarelli è stato messo sotto inchiesta dalla direzione marketing, sembra non dorma più la notte ed abbia perso dieci chili in due settimane.-

-Rovinarsi la vita per i problemi di lavoro non è mai una reazione intelligente e poi se le vendite crollano non è certo colpa di Brian-

-Eh già,vallo a dire a quelli del controllo efficienza personale, si vocifera stiano vagliando le registrazioni dei suoi ultimi sei mesi di operatività.-

  Vedrai che tutto si concluderà per il meglio, Brian ha sempre lavorato sodo.
-Fai presto a parlare tu che vivi solo, lui ha tre figli di cui uno al secondo anno nella manager domani e sai quanto costa costruire un futuro ai ragazzi.-

-Si si Mattia lo so, ma ora devo tornare all'olonet, mi mancano ancora due clienti prima che sia mezzogiorno.-

-Hai ragione meglio che mi rimetta al lavoro anch'io, il solo pensiero di trovare qualche intoppo mi fa correre i brividi lungo la schiena.-




Il Semioli viveva le sue giornate costantemente immerso nel terrore, era sempre alla ricerca di ogni minima voce negativa riguardante le vendite e il mercato e quando ne trovava una cominciava a rimuginarci sopra con un senso di atavica paura, commista al gusto sadico di profetizzare ogni sorta di sventura al malcapitato di turno.

In effetti ormai da anni l'incubo della perdita del lavoro aveva superato nei sondaggi olomedia perfino la paura della morte e non c'era da stupirsi di ciò, in quanto senza dm. una persona semplicemente non esisteva ed era più morta che se fosse deceduta materialmente.



A mezzogiorno in punto il lato destro della scrivania si aprì, facendo emergere la pausa pranzo temporizzata autoriscaldante. Mario ingurgitò a gran velocità il piattino di pasta sintetica al sugo di biofunghi e due bastoncini all'aroma di pesce.

Quando si alzò con il pacchettino in mano, marciando con passo deciso verso il riciclatore, stava ancora gustando la fetta di torta alla plastofrutta. Gli restavano solo undici minuti per raggiungere la stanza fumo al terzo piano, godersi la sua sigaretta e tornare di corsa in postazione, ovviamente alleggerito di un dm.



Alle 12.30 l'olocontrollore dell'efficienza personale gli augurò buon lavoro, ed egli iniziò con estrema cura il controllo delle mail di protesta riguardanti la collezione Sognodidonna. Il sole era ormai scomparso e dalla polvere scendeva una pioggerella leggera.

Si era a lungo discusso in azienda sull'opportunità d'installare negli uffici delle olofinestre con sgargianti panorami tratti dal passato, ma alla fine non se ne era fatto nulla in quanto era prevalsa l'idea che un simile cambiamento più che migliorare l'umore e l'impegno lavorativo delle risorse umane, avrebbe finito col distrarle, riducendo in tal modo la produttività....




Verso le 14 l'olonet si animò di fittizia vita e la capigliatura multicolore di Alessio Greco si materializzò accanto alla scrivania. Mario si stupì appena un poco, sapendolo dedito agli scherzi e alle improvvisate.

Alessio era la quintessenza della positività, non gli era mai capitato di vederlo triste in nessuna occasione. Sapeva cogliere il buono in ogni situazione, anche se la sua allegria patologica andava presa a piccole dosi e per periodi temporalmente limitati.

-Mi scuso per aver disturbato un lavoratore indefesso ma devo dirti una cosa importante che non può attendere.-

Furono le sue prime parole, urlate come era solito fare sia ci si trovasse nel caos dell'ora di punta , sia che si fosse immersi in un silenzio tombale.

-Sentiamo Ale, di quale novità inusitata stai per rendermi partecipe?-

-Domani sera alle 23 siamo invitati a un party grunge nella Loggia degli Argonauti.-

-Senti sono stanco, questa settimana non è iniziata nel migliore dei modi e...-

Hai capito male non era una domanda ma un'affermazione, tu ci sarai, io ci sarò e non ammetto repliche di sorta.-

-Ale la tua unica fortuna è che sono troppo stanco per profondermi con te in un'infinita discussione che
sono conscio non sortirebbe effetto alcuno-

-Bene dinosauro ero sicuro che non avresti lasciato solo un amico nel momento del bisogno.-

-Leva quel caleidoscopio di capoccione dalla mia scrivania e lasciami lavorare, ci vediamo domani sera-

-Ok ma non esagerare col lavoro, ti voglio sveglio e reattivo eh eh.-



L'ultima cosa che desiderasse in quel momento era trascorrere la serata del sabato in compagnia ma si ripetè che in fondo non gli avrebbe potuto fare che bene e non tardò a rituffarsi nello schermo olonet sui dettagli delle mail.



Erano da poco passate le 15.30 e Mario aveva appena finito la videoconversazione con Samantha Morello dell'ufficio spedizioni, inerente un pacchetto consegnato incompleto alla boutique “Bella con charme” quando accadde un fatto che aveva dell'incredibile.

La tranquillità dell'ufficio si ruppe improvvisamente nell'istante in cui cinque file di scrivanie più avanti Roberto Parisi si alzò in piedi di scatto, urlando con quanto fiato aveva in gola

-Non ce la faccio più!!!-



All'età di 53 anni era uno dei colleghi più anziani, aveva due figli e un'esperienza ventennale nell'azienda, senza che mai gli fosse stata rivolta l'ombra di un rimprovero.

Eppure fra lo stupore generale si tolse con gesto teatrale la giacca del completo "distinto economico" da 129 dm. tirò fuori dal taschino della camicia un sigaro Avana, probabilmente da collezione e lo accese aspirando rapide boccate di fumo.


Erika Sibona che sedeva alla scrivania accanto tentò con un gesto eroico di riportarlo alla ragione.

- Roberto siediti e spegni quella cosa, sei impazzito forse?-

Gli sibilò tirandolo con forza per una manica. Ma il Parisi si divincolò dalla presa e urlando

-Mi avete rotto le palle tutti quanti miseri aguzzini deficienti-

sradicò lo schermo olonet dal supporto girevole della scrivania e lo scagliò con forza contro il vetro della finestra che esplose in una pioggia di schegge.



Nell'ufficio era piombato un silenzio assoluto, tutti gli occhi puntati su quell'uomo corpulento. Alcuni rivoli di sudore gli solcavano la fronte, i pochi capelli bianchi, in genere pettinati ordinatamente, fluttuavano scompigliati da una parte all'altra del viso, il pugno batteva con forza sulla scrivania mentre continuava a proferire insulti nei confronti dello stato, dei dirigenti dell'azienda e di tutti coloro che a suo dire gli avevano tolto ogni forma di libertà e dignità.

Il Semioli che aveva seguito tutta la scena con la bocca spalancata pareva addirittura avere smesso di respirare, Erika si era rintanata in un angolo della sua scrivania e singhiozzava sommessamente.

Fu quasi una liberazione quando i quattro agenti della Eliminazione Immediata fecero irruzione, mandando in frantumi la vetrata centrale.
Erano completamente vestiti di nero, stivali, tuta, maschera e casco, con alcuni piccoli teschietti bianchi incastonati nel cinturone, che Mario ricordò aver sentito dire testimoniavano le esecuzioni compiute nel corso della carriera.

Le quattro raffiche di mitragliatore pesante laserguidato colpirono Roberto Parisi quasi contemporaneamente, in un crepitio d'inusitata violenza.
Il corpo del poveretto si sollevò in aria di oltre un metro prima di spezzarsi in due e rotolare in un lago di sangue al fondo del corridoio.


Tutti si erano coricati a terra, rintanati sotto le scrivanie, alcuni giacevano come inebetiti in stato di trance, altri singhiozzavano o mormoravano frasi senza senso. Mario non riusciva a staccare le mani dalle orecchie e quando ci riuscì percepì un senso di vuoto mai provato prima. Lo stupore, la rabbia, l'incredulità, unite a una pena profonda gli pervadevano l'animo, rendendogli difficile perfino respirare.

Tutta la scena era durata meno di cinque minuti ma il tempo pareva essersi dilatato a dismisura durante gli attimi della tragedia.



Prima che Mario avesse ripreso posto sulla seggiola l'ufficio era presidiato da almeno un centinaio di agenti della pp in assetto da guerra e una moltitudine di giornalisti olofilmavano la scena "dell'attentato" ed i resti dello sventurato Parisi, apostrofato come persona infettata dal virus del terrorista.

Gli impiegati vennero immediatamente fatti uscire dalla stanza e condotti al secondo piano nella sala riunioni in attesa dell'interrogatorio.


La luce del buio capitolo III - in una società come la nostra è un dovere civico essere felici!


Dalle ampie olovetrate si poteva ammirare un lago blu cobalto, contornato da boschi verdeggianti, alcuni cumuli si stagliavano all'orizzonte nel cielo terso, solcato dalla scia di un aereo, mentre un leggero venticello muoveva le fronde degli alberi.


Un enorme tavolo ovale in noce con lo stemma della WIC in oro incastonato occupava il centro della stanza e alcune poltroncine in pelle nera erano state in gran fretta disposte disordinatamente in un angolo.
Quasi nessuno parlava, alcuni avevano preso posto a sedere, altri passeggiavano nervosamente.


Mario per un attimo era rimasto immobile, i sensi catalizzati dalla bellezza del panorama, poi si avvicinò a Mattia Semioli che sedeva con lo sguardo fisso nel vuoto simile a un fantoccio afflosciato e gli chiese

-Come ti senti?-

Dapprima non ottenne risposta, poi un sussurro ancora più flebile del solito.

-Non lo so...io.. non riesco a togliermi dalla mente quegli occhi che mi fissavano. Ma perchè l'avrà fatto, le sue collezioni non avevano problemi, aveva una famiglia felice, tutti gli volevano bene... perchè? Perchè?-

-Non ne ho la minima idea Mattia, non credo ci sia una spiegazione logica. Ho sentito i giornalisti parlare di un virus,ma mi sembra così strano, così assurdo.-

-Un virus? Vuoi dire che potrebbe essere contagioso? Vuoi dire che potremmo tutti fare la stessa fine senza nemmeno rendercene conto?-

-No, non credo sia possibile ma adesso calmati per favore, stai tremando come una foglia.-



La discussione fu interrotta dall'altoparlante che annunciava l'inizio degli interrogatori. Erika Sibona fu condotta per prima fuori dalla sala da due agenti della pp.

Il tempo scorreva lentamente, era stato ordinato di disattivare tutti gli olocellullari e gli innesti di ogni tipo.

Verso le 18 si era diffusa fra gli astanti la voce che fossero già stati 47 dall'inizio dell'anno i casi di contagio da virus.


Alle 19 Cristina Vinci, la cui passione per gli ologiornali era a dir poco maniacale, asseriva con tono di voce isterico che 112 persone erano già state colpite e accompagnava le sue parole con ritmici ondeggiamenti del capo.

Brian Ceccarelli che aveva davvero una pessima cera era svenuto all'improvviso, cadendo pesantemente a terra. Un medico era prontamente intervenuto somministrandogli una puntura di anfetamina e suturandogli la brutta ferita sulla fronte con uno spray di biogomma. Ora giaceva riverso su una poltroncina e pareva a poco a poco riprendere i sensi.


Mario avrebbe dato qualsiasi cosa poter fumare una sigaretta ma era tassativamente vietato allontanarsi.


Il suo turno giunse intorno alle 21, l'altoparlante scandì con forza nome e numero d'identificazione personale ed egli in tutta fretta si approssimò all'uscita. Due agenti della pp. presolo sotto braccio lo scortarono fino al settimo piano, dinanzi ad una porta massiccia sulla quale campeggiava una targa dorata con sopra scritto Ufficio Ordine e Sicurezza , poi uno dei due gli diede una pacca sulla spalla e lo invitò ad entrare.




La stanza era ampia,le vetrate si perdevano nella notte nebbiosa, alcune minilampade alogene creavano un intenso cono di luce in corrispondenza di un grande tavolo di cristallo nero, mentre i lati della sala giacevano in una penombra chiaroscurale.

Una voce lo invitò a sedersi con tono di pacata convivialità.

Mario prese posto nella poltroncina in pelle nera modello executive situata dinanzi al tavolo e disse

-A vostra disposizione signori.-
 
Il primo a parlare fu il direttore dell'UOS. Mauro Colombo del quale riconobbe il viso affilato da furetto.
-Ci dispiace enormemente doverla importunare dopo una giornata che comprendiamo essere stata pesante per lei e per tutti i suoi colleghi, ma l'estrema gravità di ciò che è avvenuto ci costringe a porgerle qualche breve domanda. L'amministratore delegato De Carolis in persona mi ha telefonato qualche ora fa, esprimendo tutto il suo sdegno per l'attentato perpetrato con vile tracotanza, di cui siamo stati fatti oggetto.-



-Non si preoccupi sono felice di potervi essere utile.-

L'uomo alla destra di Colombo,che fino a quel momento era rimasto in silenzio, limitandosi a scrutarlo con sguardo indagatore, diede un colpetto di tosse ed esordì con voce forte e decisa.

-Sono il colonnello Ivan Siraci comandante della settima squadra antiterrorismo, come tutti i militari non amo i convenevoli per cui verrò subito al sodo. Lei conosceva bene il Parisi?-

-Lavoravamo da quindici anni nello stesso ufficio ma raramente ho avuto occasione di scambiare con lui qualche parola. Durante l'orario di lavoro è vietato alzarsi dalla scrivania e la pausa mensa è così breve, soprattutto per chi come me ama concedersi una sigaretta, lei capisce-

-Certo certo, ma ha mai avuto qualche sia pur minimo sospetto sulle intenzioni criminali di quell'uomo?-


-Assolutamente no, Roberto era una persona mite, educata, disponibile.-

-Spesso i mostri come lui si celano dietro ad una maschera da cittadini integerrimi, per questo è così difficile il nostro lavoro. Mi dica ha mai notato in qualcuno dei suoi colleghi qualcosa di strano, d'insolito in questi ultimi mesi?-

-No, per quanto ne so io sono tutte persone responsabili, ottimi lavoratori-


-Certo,lo era anche il Parisi vero? Prima di prodursi in un abominio di simile efferatezza.-

-Per quanto mi era dato sapere si-

-Un'ultima domanda, ha mai avuto occasione di frequentare quel criminale al di fuori dell'ufficio? Le ricordo che mi basta un minuto per sapere se le sue parole rispondono a verità.-

-Una sola volta, sette anni fa, con alcuni colleghi fra i quali Roberto,siamo andati a bere un aperitivo all'Imperial bar a un paio d'isolati da qui, era il mio compleanno e si voleva festeggiare.-


-Bene per me è tutto, le ricordo che da oggi in poi fino a data da definirsi lei sarà sottoposto al controllo codice 3 che comporta la registrazione di ogni sua conversazione. Appena fuori di qui sarà condotto in infermeria dove provvederanno a installarle sottocute un biorec della cui integrità risponderà personalmente.

-Sissignore-.


Mario stava già cullando la speranza che quella ridda di domande a dir poco indisponenti volgesse ormai al termine, quando il terzo interlocutore, un ometto sui 40 anni con i capelli corvini e un paio di baffetti radi si presentò come il dottor Stanley. Psichiatra, specialista in virus comportamentali e devianze infettive.

-Lei-
disse biascicando le parole con inconfondibile accento americano
- si considera felice della sua vita?-

-Beh.. fondalmentalmente si, intendo dire non vedo motivo per cui dovrei essere scontento di quello che ho, di ciò che faccio, ma felicità è una parola grossa non crede?-

-No non credo, la felicità dovrebbe essere una prerogativa di tutti noi cittadini che viviamo in una società libera, democratica, attenta ai bisogni dell'individuo, coesa nel preservare l'integrità fisica e morale del singolo.
Pensi a quei poveretti che vivevano nel secolo scorso, immersi nel caos, nazioni intere che non avevano neppure il concetto astratto di civiltà. La promiscuità sessuale imperante, il calo della natalità, le città preda dell'anarchia sociale. Ecco si, prima della grande globalizzazione e dell'avvento del Nuovo Ordine Mondiale poteva avere senso essere infelici, ma oggi no. Oggi che abbiamo la fortuna di vivere in una società che ha fatto tesoro degli errori del passato e mette al primo posto la libertà e la democrazia, il pensiero positivo è l'unico atteggiamento che abbia senso.
In una società come la nostra, è un dovere civico essere felici! Spero sarà d'accordo con me.-

-Certamente!-
Rispose Mario, che temeva in caso non avesse assentito di doversi sorbire un nuovo monologo stucchevole sui progressi della specie umana.

 -Lei guarda l'olotv?-



-Certamente, cinque ore al giorno come da disposizione.-



-Guardare l'olotv è importante, incrementa la cultura personale, apre la mente, aiuta a rimanere giovani, informati sui trend del momento. In poco tempo consente di accrescere la propria interiorità molto più di quanto quei poveretti dei nostri nonni riuscissero a fare in anni e anni di lettura sopra a degli anacronistici libri.-



-Ne convengo-


-Da quanto mi risulta lei si è sempre rifiutato di beneficiare del programma di analisi bisettimanale che con generosa sensibilità lo stato mette gratuitamente a disposizione di ogni lavoratore. Perchè mai un simile atto di sconsiderata scelleratezza?-



-Io mi sento bene, non ho problemi di sorta, ragione per cui ritengo superfluo il ricorso all'analisi.-



-Ah il signore ritiene dunque l'analisi superflua? Secondo lei chi si considera sano dovrebbe dunque giudicare i controlli medici superflui?-



-Non dico questo ma...-



-Eviti di aggiungere altro, per carità, non farebbe che peggiorare la sua posizione, invero già abbastanza compromessa. 
Lei inizierà domani stesso il programma di analisi, è un consiglio ovviamente, non posso imporglielo, ma sono certo che terrà le mie parole nella debita considerazione.-

-Non mancherò dottore-.



-Bene contatti allora il professor Salvetti domattina, le lascerò il numero sull'oloterminale e provvederò io stesso a ragguagliarlo in merito al suo problema. Ora la saluto.-



-Va bene, buonasera-

rispose Mario, che stava ancora cercando di capire a quale fantomatico problema il prolisso dottor Stanley si stesse riferendo.


-Bene, grazie per la collaborazione che noi tutti abbiamo apprezzato-

iniziò a dire Colombo, col fare mellifluo che lo contraddistingueva.

-Gli agenti adesso l'accompagneranno in infermeria. Qualora in futuro ve ne fosse necessità sono certo che ci farà ancora dono di un poco del suo tempo. Può andare ora.-



-Ma certo a vostra disposizione. Buona sera signori.-.

Giunto all'infermeria del secondo piano, con la testa ancora piena del fiume di parole, domande e considerazioni di cui era stato fatto oggetto, Mario incrociò Flavio Bernini che avendo già probabilmente subito il trattamento stava per essere congedato. Lo salutò amichevolmente e questi rispose senza guardarlo, tenendo gli occhi fissi a terra. Un senso di profonda prostrazione, traspariva da quell'uomo atletico, generalmente pieno di vitalità. Vederlo in quello stato lo stupì alquanto ma fu costretto a volgere altrove lo sguardo perchè lo invitarono ad accomodarsi sul lettino.



Dieci minuti dopo stava attraversando l'atrio della WIC, superò i due agenti posti a guardia del portone centrale e finalmente, allacciata la maschera, salì sul tappeto 27 fra i pochi viaggiatori della sera.

La pioggerella del pomeriggio si era trasformata in una nebbiolina fastidiosa e carica di umidità. Il lobo dell'orecchio era appena un poco indolenzito per l'innesto del biorec.

 
La luce del buio - capitolo IV - mai tenere un romanzo nella borsa







La sveglia suonò alle 6, Mario uscì a fatica da un dormiveglia costellato da incubi, la testa gli doleva per una forte emicrania e non si sentiva affatto riposato. Per prima cosa accese l'olotv, premurandosi di disattivare il volume, poi frugò in alcune scansie alla ricerca di una compressa antidolore e la inghiottì senz'acqua.
Si trascinò con immane fatica fino alla cucina, dribblando per riflesso condizionato i quattro conduttori dell'ologiornale del mattino che si stavano profondendo, con invidiabile abnegazione al lavoro, nel rituale balletto d'intermezzo fra una notizia e l'altra. Scaldò una tazza di caffè solorelax e cercò di riprendere pian piano contatto con la realtà.

Gli accadimenti del giorno precedente lo avevano turbato molto più di quanto avesse potuto prevedere. Percepiva qualcosa di terribilmente sbagliato nella crisi isterica del povero Parisi e in tutto ciò che ne era conseguito, ma era come se questa sensazione di disagio si propagasse con
variegate sfumature ad ogni aspetto del mondo che lo circondava. Troppe cose gli sembravano senza senso, era come guardare fuori da una finestra attraverso un vetro opalescente, si sentiva sperduto in una landa abiotica, senza alcun punto di riferimento.

Si infilò sotto la doccia a ioni quasi automaticamente, poi iniziò lentamente a vestirsi, con la mente sempre persa in una marea di pensieri che si affastellavano disordinatamente.



Gli uffici erano stati ripuliti e riordinati accuratamente, la vetrata sostituita, come le scrivanie e gli olonet danneggiati, le pareti imbiancate e un rassicurante profumo d'incenso fuoriusciva dalle griglie dell'impianto di climatizzazione.

Non era rimasta alcuna testimonianza del dramma che si era consumato fra quelle stesse mura il giorno precedente, nessuno che non fosse stato presente all'accaduto avrebbe mai potuto immaginare che solo poche ore prima quello stesso luogo non fosse altro che un inferno di sangue e schegge di vetro, dove aleggiava fortissimo l'odore della morte e della polvere da sparo.

L'atmosfera era quella di sempre, il silenzio veniva rotto solo dagli annunci pubblicitari che accompagnavano la giornata lavorativa.

 
Sedutosi alla scrivania, Mario si voltò un attimo alla sua sinistra, cercando d'incrociare lo sguardo di Mattia Semioli, ma lo trovò talmente immerso nello schermo da farli sembrare entrambi parte di una scultura materica. Si rassegnò così controvoglia ad accendere l'olonet.

Il messaggio con priorità 1 occhieggiava sul displayProfessor Salvetti psicoterapeuta specialista nell'orientamento, sessantunesima via n°173 telefono 7734561294”.

Mario si ripromise di chiamare più tardi, dimenticando che la priorità 1 bloccava l'intero sistema e quindi anche ogni possibilità d'iniziare a lavorare, finchè il numero fatidico non fosse stato composto.


Esaminò per un attimo le alternative, con quel poco di lucidità che il dolore alla testa gli permetteva. Poteva fare il numero e poi riattaccare alla risposta, ma probabilmente l'olonet era sotto controllo e sarebbe stata una mossa alquanto sospetta. Oppure procastinare l'inizio del lavoro, ma la direzione di lì a pochi minuti se ne sarebbe accorta e gli avrebbe chiesto spiegazioni.

Non c'era via d'uscita, telefonò. Rispose un'olosegretaria con i capelli biondi raccolti a coda e un'aria estremamente professionale.

- buongiorno il professore è già stato informato del suo caso, la riceverà oggi pomeriggio alle 18,30-.

Va bene, grazie e arrivederci-.

Si ritrovò a balbettare Mario, in preda al solito senso d'imbarazzo che lo pervadeva ogni qualvolta si trovava a comunicare con un'ologramma. Si sentiva comunque fuori posto, maleducato nel caso avesse attaccato senza dire nulla, sciocco per aver trattato un impulso elettrico alla stessa stregua di un essere umano.

 
Oggi alle 18,30, quelle parole continuavano a risuonargli nel cervello con fastidio. In fondo l'incontro con il professor Salvetti non sarebbe stato poi nulla di così tragico, ma era il crollare del secondo dei suoi punti fermi nel giro di poche ore a turbarlo in profondità. Prima la sua renitenza agli innesti, a causa dell'imposizione del biorec, adesso la rinuncia all'analisi, peculiarità di cui era sempre andato estremamente fiero. La natura anarcoide della sua interiorità aveva subito due colpi ferali.

Cercò di non pensarci, tuffandosi nel lavoro, ma per tutta la mattinata il senso di sconfitta lo accompagnò insieme al mal di testa.


Verso le 11,30 un ragazzotto giovane, non più che venticinquenne, fece il suo ingresso nell'ufficio.

- Buongiorno a tutti sono Cristian De Cesari il vostro nuovo collega.-

Disse con voce stentorea che certo tradiva l'emozione del momento. Portava i capelli scuri tagliati cortissimi, il viso magro e affilato rasato di fresco gli dava un aspetto ancora più infantile di quella che non fosse la sua età. Indossava un completo "Ordinata efficienza" grigio antracite con camicia celeste e cravatta blu e dalle sue movenze traspariva un senso di goffaggine, probabilmente indotto dalla notevole altezza e magrezza che lo caratterizzavano.

Tutti risposero cordialmente al saluto dandogli il benvenuto fra loro, sfoderando persino qualche sorriso di circostanza ed egli si avvicinò con andatura dinoccolata alla scrivania che fino al giorno precedente era stata del povero Parisi.



Mario lasciò l'ufficio intorno alle 17, il forte vento che si era alzato nel pomeriggio aveva sgombrato l'aria dalla nebbiolina e un timido sole stava tramontando all'orizzonte donando al cielo un riverbero rosato.
Aveva preferito uscire con anticipo, in quanto detestava arrivare in ritardo agli appuntamenti. Dopo un'accurata ricerca sull'olonet aveva realizzato che la sessantunesima strada altro non era che la vecchia via Mazzini e quindi non sarebbe stato complicato arrivarci. Da quando nel 23 erano stati aboliti i nomi delle vie, per sostituirli con i numeri, nel nome dell'egemoneità dell'ordine mondiale, più di una persona aveva faticato ad orientarsi con gli indirizzi. Per alcuni anni i cittadini avevano continuato ad apostrofare corsi e viali con i loro nomi originali ma poi un'ordinanza del 30 aveva vietato questo insulto al progresso, punibile perfino con l'arresto e tutti si erano rassegnati in silenzio alla riforma. Negli ultimi anni oltretutto, l'inquinamento dell'aria e il fascino sempre più forte delle svariate forme d'intrattenimento domestico, avevano fatto si che la gente si spostasse sempre meno in superficie, quasi esclusivamente per recarsi al lavoro o dal medico.


Mario, regolata la maschera sul livello 2, come consigliavano i pannelli luminosi della carboniattivi futuro, salì sul tappeto 23 e provò a rilassarsi, approfittando del fatto che il dolore alla testa stava concedendogli un attimo di tregua.

Fin da quando aveva lasciato l'ufficio continuava a percepire una strana sensazione, come se un paio di occhi lo stessero osservando con sguardo indagatore, girò più volte la testa repentinamente in tutte le direzioni, ma le persone intorno a lui sembravano immerse nelle proprie faccende, ragione per cui si vide costretto ad inserire anche questa impressione nel novero delle stranezze che avevano costellato l'ultimo periodo.



La monotona cantilena della pubblicità, che fuoriusciva dai diffusori annegati all'interno del basamento, aveva un che di soporifero e percepiva un senso di stanchezza diffusa. Ultimamente gli accadeva sempre più spesso di sentirsi stanco, svogliato, quasi svuotato di ogni energia vitale, la tensione accumulata nelle 24 ore precedenti si stava pian piano sciogliendo, sentiva le palpebre pesanti ed era bello socchiuderle, lasciandosi cullare dal ritmico ondeggiare del tappeto.



Improvvisamente delle urla concitate e il repentino arresto del tappeto lo riportarono bruscamente alla realtà, nel tentativo complicato di restare in piedi.

Non più di dieci metri dinanzi a lui, un uomo sulla trentina saltò in strada con un balzo felino, impugnando una pistola, ed esplose alcuni colpi alla sua sinistra, in direzione di cinque agenti della PP. che sopraggiungevano trafelati con le armi in pugno. Uno di essi fu colpito ad una
spalla e cadde a terra, gli altri si gettarono all'inseguimento sparando all'impazzata ed infilarono un viottolo dietro al fuggitivo.

Nel volgere di un paio di minuti, tre elicotteri Cianuro volteggiavano pesantemente nell'aria e una ventina di agenti della Eliminazione Immediata stavano calandosi a terra con le funi.

Mario non ebbe neppure il tempo di capacitarsi dell'accaduto, prima di venire gettato faccia a terra come gli altri occupanti del tappeto. Gli uomini della PP. con le armi spianate intimarono a tutti di non muoversi.

Con la coda dell'occhio riuscì a vedere la sagoma del fuggitivo che sanguinante e in stato di semincoscienza veniva trascinato fuori dal vicolo da alcuni agenti.


Eccolo pronto per essere l'ospite d'onore questa sera a “Giustizia in Diretta” si sorprese a pensare, guardando lo sventurato. Quel programma lo aveva sempre disgustato, forse in quanto trovava di cattivo gusto la commistione fra le sorti di un uomo ed il contorno di balletti, showgirl ed opinionisti di ogni risma che lo contraddistinguevano. Da casa la gente poteva anche giocare a “Vota la Sentenza” dove al costo di un solo dm. veniva dato modo di esprimere la posizione del proprio pollice.....

Il tutto comunque era un ottimo business, per la TV, per Olovoce Italia che raggruppava le 17 compagnie olofoniche del paese e naturalmente per gli sponsor.

La “Sapori in Famiglia”, colosso del settore alimentare era arrivata a spendere 300.000 dm. Per il permesso di tatuare il proprio logo sul petto di un condannato all'eliminazione, naturalmente condiscendente, in quanto il 2% dell'introito sarebbe stato destinato alla famiglia del disgraziato.



Lo stridere della sirena gli entrò nel cervello in profondità. L'ambulanza blu con il logo rosso della “Cura e Prevenzione spa” si fermò a pochi metri da loro, due infermieri caricarono a bordo l'agente ferito e l'auto ripartì a gran velocità col bagliore dei lampeggianti e il suono lamentoso che si persero a poco a poco nell'oscurità imminente. Era curioso il fatto che i mezzi di soccorso avessero mantenuto dei retaggi del passato quali lampeggiatore e sirena, anche oggi che non esisteva più alcun traffico in superficie.



Le perquisizioni iniziarono intorno alle 18. Mario si rese conto di avere tutti i muscoli indolenziti dalla posizione innaturale cui era sottoposto da oltre quaranta minuti, percepiva un forte odore di olio, probabilmente quello usato per la lubrificazione del tappeto.

Alcune persone furono multate, chi perchè aveva osato protestare con gli agenti, chi in quanto era stato trovato in possesso d'innesti illegali, altri a causa del fatto che la loro maschera non era omologata con le ultime direttive.


Un uomo, all'apparenza sulla sessantina, con i capelli e la barba bianchi, dall'aspetto vagamente retrò, fu ammanettato e tradotto in carcere dopo che nella sua borsa era stato rinvenuto un libro, probabilmente un romanzo stampato negli anni 90.

I libri, la cui produzione era cessata da oltre vent'anni, venivano tollerati solo a scopo di collezionismo, ed era severamente vietato sia trasportarli in luoghi pubblici, sia darne lettura o farne qualunque uso al di fuori delle mura domestiche. Il poveretto rischiava cinque anni di carcere, per un gesto tanto incauto e scellerato.



Per un attimo Mario credette di riconoscere in quell'uomo l'anziano che giovedì sera lo aveva urtato nel metrò, ma non ebbe il tempo materiale di osservarlo bene ed imputò la presunta somiglianza alla sua fervida fantasia.



Fu arrestata anche una donna sulla trentina, dai capelli rossi e con lo sguardo che pareva perso nel vuoto. Il suo contratto di lavoro era scaduto da oltre due mesi e la mobilità di superficie era
interdetta a tutti coloro che erano privi di un'occupazione. Gli improduttivi, quelli che una volta venivano chiamati disoccupati, erano costretti ad una vita estremamente ritirata, perlopiù nelle bidonville del sottosuolo, una vita che dedicavano all'ossessiva ricerca di un contratto, che purtroppo ben difficilmente sarebbero riusciti a trovare.


Le aziende diffidavano di chi già era stato epurato dal mondo del lavoro e il più delle volte gli improduttivi venivano costretti ad occupazioni irregolari, nocive alla salute e saltuarie, per recuperare qualche dm. che permettesse loro di sopravvivere con un minimo di dignità.

Erano gli addetti al riciclaggio nelle centrali nucleari, i manutentori degli inceneritori di rifiuti, ma anche i raccoglitori di frutta nelle bioserre dove la temperatura sfiorava i 50 gradi, i pulitori notturni negli uffici e le cavie della sperimentazione all'interno delle grandi compagnie farmaceutiche.


Chi cadeva, chi non riusciva più a garantirsi la sopravvivenza, e prima o poi quasi tutti gli improduttivi facevano questa fine, era indirizzato al programma “Lavoro per Cibo”. Quasi tutte le aziende importanti aderivano a questa iniziativa "umanitaria" che consisteva nel dare un tetto e due pasti caldi agli esuberi, in cambio della loro prestazione lavorativa che, seppur ritenuta superflua, le rifondeva in parte delle spese.


Mario si sorprese a pensare come il programma non fosse altro che un sistema messo in atto dalle compagnie multinazionali, al fine di licenziare dipendenti che percepivano 800 dm. mensili, per poi riassumerli al costo di una cinquantina (i due pasti caldi ed un posto letto all'interno di un qualche rifugio, dove anche una dozzina di disgraziati dormivano in stanzette di 20mq costavano pressapoco così), aggirando i minimi salariali e con in più un ritorno d'immagine non indifferente.

Ma non riusciva davvero a capacitarsi di come gli fossero venuti alla mente pensieri tanto ingenerosi. Che fine avrebbero mai fatto quei poveretti se il programma non avesse dato loro un'ancora di salvezza?



Quando il tappeto ricominciò a muoversi il vento era aumentato d'intensità e trasportava una polvere fine che irritava gli occhi. Mario scese una volta arrivato alla congiunzione con la linea 21, trovò una camera fumo e si concesse una sigaretta.


Alle 19 giunse dinanzi al portone del professor Salvetti, suonò e l'olosegretaria bionda lo invitò ad accomodarsi nella sala d'aspetto. Oltre al divanetto in pelle nera su quale si mise a sedere vi erano alcune olopiante dalle fogge più svariate e uno schermo olonet accceso, posato su un basso tavolino di cristallo. La luce era soffusa, ma uniforme ed egli sentì nuovamente il bisogno di rilassarsi, quasi la continua tempesta emozionale delle ultime ore lo avesse svuotato di ogni energia.


Dopo quache minuto di attesa una voce dall'intonazione nasale piuttosto buffa disse -venga, venga avanti prego-. Mario fece capolino nello studio, dove un ometto segaligno con due occhietti guizzanti e un camice bianco che sembrava di due taglie superiori, sedeva dietro ad una scrivania di plastolegno scura. Sulla parete alle sue spalle una famigliola stava correndo sulla spiaggia, nella luce di un tramonto tropicale.



-Buonasera, scusi il ritardo ma….-



- oh non si preoccupi, il dottor Stanley ha già provveduto ad avvertirmi dell'azione terroristica in cui è incappato sulla linea 23, purtroppo viviamo in un mondo sempre meno sicuro e questo mi addolora, ma si accomodi prego.-

E dopo avergli dato la mano, ostentando una stretta inaspettatamente forte e sicura, il
professore indicò un morbido lettino in plastopelle nera, appoggiato sopra ad un tappeto dai colori sgargianti. Il resto della stanza era occupato da una libreria in plastomassello e alcune olosculture raffiguranti divinità antiche.



-Bene dunque, a quanto mi è stato riferito lei ha sempre rifiutato il programma di analisi ritenendolo superfluo.-



-Semplicemente mi sono sempre sentito bene.-



-L'analisi non ha lo scopo di curare il malessere dell'individuo, bensì quello di orientare le energie positive, ma avremo tutto il tempo di approfondire questo argomento. Vorrei cominciare col farle qualche domanda.-



- Prego-

rispose Mario che intanto si era accomodato sul lettino, le braccia conserte e le gambe accavallate in un inequivocabile atteggiamento difensivo.

Il professor Salvetti si toccò il mento con una mano e incominciò a parlare con studiata lentezza.

- lei guarda l'olotv?-


-Certamente, come impone la legge-


-E quali programmi predilige nella vasta scelta proposta dai palinsesti?-

 
-Beh non saprei guardo un po'di tutto.-



-Ha mai guardato "il delatore"?-


-Si, qualche volta-

rispose Mario visibilmente imbarazzato. Si trattava di un programma del quale gli era sempre sfuggito il senso, ma non il cattivo gusto che lo contraddistingueva. Andava in onda due volte la settimana, il lunedì ed il venerdì e si basava essenzialmente sulle telefonate fatte da casa in diretta, al costo di 100 dm l'una.


Il cittadino, in veste appunto di delatore, segnalava al conduttore del programma l'infrazione alla legge compiuta da un suo conoscente, vicino o quant'altro, documentandola con prove circostanziate. Una squadra di agenti della PP. fra quelle presenti in studio, si recava immediatamente a far visita al malcapitato.

Seguiva una mezz'ora di balletti e orientamento agli acquisti, fino a quando i cameramen al seguito degli agenti documentavano in diretta l'irruzione nella casa del segnalato ed il risultato della medesima.



Nel caso l'indagine avesse dato esiti negativi il delatore perdeva i 100 dm, se dava origine all'arresto ne guadagnava 1000 e se all'arresto avesse fatto seguito una condanna all'eliminazione il premio sarebbe arrivato all'esorbitante cifra di 10.000 dm.

Durante ogni puntata venivano gestite generalmente tre o quattro telefonate e abbastanza spesso accadeva perfino che si potesse assistere ad una eliminazione in diretta, nel caso il poveretto, colto in fragrante o semplicemente debole di nervi, avesse reagito in modo incauto all'irruzione. Senza dubbio nel giro di pochi anni era diventato tanto un programma alla moda, quanto un eccezionale strumento per regolamenti di conti familiari ed extra familiari.

 
-La trova semplicemente una trasmissione divertente ed eccitante o coglie anche il senso di una morale all'interno di questo show?-


-Non saprei, io generalmente detesto le immagini di violenza e tendo sempre a sperare che si tratti di falsi allarmi, non ho mai colto morali particolari.-


-Male ragazzo mio, molto male-

continuò il professore visibilmente contrariato.

-La società libera e civile è fatta anche di violenza, quando questa è finalizzata al mantenimento dell'ordine costituito e dei diritti inalienabili dell'individuo. "Il delatore", al di là dell'intrattenimento goliardico e del soddisfacimento della sana curiosità umana, contiene un forte messaggio che sarebbe sbagliato evitare di cogliere. Il senso civico di ciascuno di noi è il metro attraverso il quale si misura la nostra capacità di essere cittadini nel rispetto degli altri e della legge. Proprio il senso civico e l'immediata espulsione dei virus, rappresentati da coloro che infrangono la legge e vanno pertanto redenti o eliminati, è una delle caratteristiche che ci differenziano dagli animali. La nostra superiorità si evidenzia nel fatto che questa società prospera, mentre loro sono ormai quasi tutti estinti.

- Io amo gli animali-

rispose con voce ferma Mario, che stava trattenendo a stento l'insofferenza per il protrarsi di quella discussione su un programma a suo giudizio di così scarso spessore.



-Gli animali non si possono amare, si compatiscono. Magari lei è convinto di amarli, ma in realtà il suo è soltanto un sentimento di pena, verso creature tanto inferiori e, diciamocelo in tutta franchezza inutili.-



- Sarà come dice lei professore, gli ultimi due giorni sono stati molto pesanti e confesso di faticare non poco ad addentrarmi in profondità negli argomenti.-

- Non si preoccupi la capisco, la nostra è una terapia che porteremo avanti a poco a poco in quanto necessita di tempo e concentrazione.



Adesso le prescrivo la cura farmacologica e poi la congedo, sono già passate le 20, questa sera è sabato e sono certo che non si perderà la 147° puntata di “Quanto mi ami?” Martedì prossimo avremo così modo di poterla sviscerare insieme e, mi creda, sarà un'esperienza molto interessante.-



- Perchè dei farmaci? Le ho già detto che mi sento bene.-



-Il medico sono io e quando decido la prescrizione per i miei pazienti lo faccio con cognizione di causa, stia tranquillo. Le ho dato delle anfetamine che miglioreranno la concentrazione e l'aiuteranno ad avere un approccio con l'esistenza più improntato alla positività. Lei quando si alza al mattino deve imparare ad essere felice, tutto intorno aleggia la felicità, se ne renderà presto conto.-

Mario incapace di portare avanti ancora a lungo quella discussione prese il chip della ricetta, ringraziò il professore e uscì con passo lesto dallo studio.



I tappeti erano abbastanza liberi a quell'ora e lui aveva fretta di tornare a casa. Prima di arrivare alla stazione del metrò si fermò in un Punto Farma per acquistare le medicine, si lasciò
perquisire dall'agente di guardia e dopo avere oltrepassato la porta a scorrimento si avvicinò al bancone.
Con grande stupore, nello stesso istante in cui inseriva il chip nel farmalettore, per la prima volta in tanti anni si trovò faccia a faccia con Olga de Martinis.



La luce del buio - capitolo V - "Quanto mi ami?"




Era stata una serata incredibile, Mario accoccolato in maniera scomposta sulla vecchia poltrona di velluto blu non riusciva ad evitare di tornare col pensiero alle poche ore passate in compagnia di Olga De Martinis.
Nonostante la vecchia Mole Antonelliana segnasse ormai le due di notte, non sembrava minimamente intenzionato a coricarsi, intento com'era ad inseguire le anse e le rapide del fiume emozionale che sentiva scorrere dentro di sé.

Avevano cenato in un Washington burger, ad una decina di minuti di tappeto dal punto farma, facente parte di una catena di oltre cento locali che ispiravano il proprio nome ognuno ad una delle fantasmagoriche città americane.



Da parecchi anni non aveva più avuto occasione di trascorrere una serata in compagnia e la cosa lo aveva inizialmente imbarazzato oltremisura.

Entrambi erano rimasti a lungo in silenzio, guardandosi di tanto in tanto negli occhi, senza che nessuno dei due trovasse il coraggio di prendere la parola.

Olga era così diversa dall'ologramma con il quale era solito conversare, giocare, ridere. Ovviamente non diversa fisicamente, in quanto non poteva riscontrare alcuna differenza apprezzabile, ma la vivacità di quello sguardo inquieto e profondo e la vitalità che traspariva da quella donna seduta realmente dinanzi a lui lo turbavano in profondità, fino al punto di renderlo incapace di sillabare anche solo un timido tentativo di conversazione.



Fu solo quando dopo aver cenato si concessero una passeggiata fra i giardini della "Casa Bianca", sorseggiando un cocktail analcolico all'aranciopera, che improvvisamente il ghiaccio si ruppe.

Incominciarono a parlare quasi freneticamente, senza pause, senza interruzioni, con un entusiasmo che somigliava a quello dei bambini, passando inavvertitamente da un argomento ad un altro e poi ad un altro ancora.

Parlarono delle loro famiglie, dell'adolescenza, dei gatti, del proprio lavoro, di un romanzo del quale molti anni prima avevano condiviso la lettura, del publirap che ormai aveva appiattito ogni gusto musicale, delle loro aspirazioni e dei progetti per il futuro.

Ecco, proprio a questo proposito Mario ebbe modo di stupirsi dell'enfasi con la quale Olga discorreva del proprio futuro matrimonio, dei bambini che le sarebbero corsi incontro all'uscita dalla scuola, di quella casa con le pareti lilla e tanti mazzi di olofiori profumati, dei viaggi virtuali nelle città americane ai quali si sarebbe abbandonata la sera dopo cena. Gli occhi le brillavano per l'emozione e le gote si coloravano, mentre continuava a profondersi nel racconto di un futuro che, si sorprese a pensare, forse non sarebbe esistito mai.

Lui dal canto suo man mano che affrontava l'argomento, si rendeva conto di non possedere nulla che potesse anche solo vagamente essere assimilabile ad un'aspirazione, ad un progetto, ad una speranza per il futuro.

Il domani, lo percepiva con una sensazione di certezza assoluta, non sarebbe stato nè avrebbe potuto essere altro che una fotocopia dell'oggi, una sorta di presente eternamente dilatato nel tempo a dismisura, statico, senza movimento, e proprio su questo pensiero finalmente le spire del sonno lo colsero, lentamente, senza fretta e si addormentò.

Erano da poco passate le 6 del mattino e Mario si stava contorcendo in preda ad un sonno agitato sulla poltroncina di velluto blu, assurta a giaciglio quanto mai innaturale, quando il videolofono iniziò a strillare “chiamata in arrivo Alessio Greco” e continuò a ripetere il proprio annuncio con la risoluta testardaggine che solo alle macchine appartiene.


Mario faticò non poco a fuoriuscire dal dormiveglia nel quale era rimasto intrappolato e pronunciò la parola ok per effetto di quel meccanicismo che spesso ci porta a ripetere le azioni consuete anche se inebetiti ed interdetti nelle nostre facoltà motorie.

Alessio si materializzò nel centro della sala, i capelli cangiavano dal verde al rosso porpora ed apparivano insolitamente estremamente scomposti e spettinati, le labbra generalmente aperte nel sorriso parevano ritorte in una sorta di ghigno e gli occhi, gli occhi sfavillanti sembravano quelli di un pazzo.

Mario lì per lì, non avendo ancora cognizione dell'orario, pensò che la chiamata fosse da imputarsi alla sua mancata presenza all'appuntamento della sera precedente e mentalmente iniziò a pensare a qualche escamotage che gli permettesse di giustificarsi dinanzi alla comprensibile riprovazione dell'amico.

Non potè perciò evitare di spalancare gli occhi attonito e basito quando Alessio, visibilmente sconvolto, iniziò a singhiozzare sommessamente e con voce concitata disse - Non siamo quello che pensiamo di essere, siamo solo pedine di un'immensa scacchiera-



-Alessio che succede, stai bene?-

Furono le uniche sillabe che Mario riuscì a pronunciare, quasi balbettando per lo stupore.



-Non tutto è come sembra, non lasciare che loro entrino dentro di te o sarai perduto per sempre, accendi....-

Su quest'ultima parola la comunicazione s'interruppe bruscamente e Alessio Greco svanì come un fantasma dalla sala.



Inizialmente Mario, che stava ancora cercando di prendere contatto con la realtà dopo il brusco risveglio, pensò si fosse trattato di uno scherzo. Conosceva bene il carattere goliardico dell'amico che probabilmente in quello stesso momento stava ridendo a crepapelle per quell'espressione ebete, con la bocca spalancata e gli occhi sbarrati, che gli aveva visto dipinta sul viso poco prima.


Chiamò pertanto il centralino della PP. per domandare che lo mettessero in contatto con il numero 7723881018 in quanto intendeva smascherare immediatamente quel burlone, che probabilmente dopo aver passato tutta la notte al baccanale della loggia degli argonauti aveva avuto la brillante idea di svegliarlo prima dell'alba, per proporgli quella gustosa scenetta, confidando certo nel fatto che lui ancora vittima del sonno avrebbe abboccato all'amo con facilità.

Il centralinista dopo un paio di minuti gli comunicò che il terminale risultava disattivato e non gli restò altra scelta che rimandare a più tardi il suo commento sul siparietto di poco prima. Alessio evidentemente era crollato addormentato dopo la notte vissuta con spirito dionisiaco,
ed aveva anche provveduto a spegnere l'olofono.



Con passo lento si trascinò verso la cucina, tentando di riprendere a poco a poco il controllo della propria motilità. Scaldò una tazza di caffè solorelax, addentò un plastocornetto al gusto di fragola e solo in quel momento si rese conto di avere lo stomaco chiuso ed una leggera sensazione di nausea.


Era la domenica quindicinale globalizzata e Mario poteva finalmente godersi un'intera giornata di relax nella quiete della propria casa.

Dopo l'ultima riorganizzazione delle festività del 32 erano stato deciso che fossero 28 i giorni festivi nel corso dell'anno: una domenica ogni due settimane, il Natale, la Pasqua, il ferragosto e l'11 settembre, festa del Nuovo Ordine Mondiale. In tal modo si era riuscita ad aumentare in maniera considerevole la produttività delle risorse umane e si era posto rimedio alla piaga del troppo tempo libero che affliggeva i lavoratori nei decenni precedenti.

 
Un individuo impegnato è un individuo felice, che non ha tempo di perseguire il vizio” era stato lo slogan che aveva accompagnato l'azione del governo nel riorganizzare l'anno lavorativo e nel portare ad 11 ore la giornata lavorativa tipo.


Quanto mi ami?” era uno dei programmi con il più alto indice di ascolto. Andava in onda immancabilmente nella prima serata del sabato e restava argomento privilegiato di discussione nella maggior parte delle famiglie per tutto il corso della settimana successiva.

Quella che, seguendo i dettami del professor Salvetti, Mario si apprestava a vedere, semisdraiato sul divano automassaggiante altro non era che la replica della domenica mattina.



Mentre il logo dell'Olovoce Italia, sponsor unico della trasmissione, svaniva in una dissolvenza, un soggiorno molto ordinato ed arredato con cura si materializzò fuori dallo schermo. La musica della sigla cresceva d'intensità e si poteva apprezzare l'eleganza del basso tavolino di cristallo posato sopra ad uno splendido tappeto persiano. Ai lati un divano triplo massaggio modello "riposo del guerriero" con il logo bene in vista, più in là una sinuosa lampada a forma di serpente che troneggiava sopra ad una scrivania di metallo smaltato, accanto a due grandi poltrone di plastopelle maculata.

Tutto a un tratto, nel bel mezzo di un crescendo assordante, la musica cessò e il conduttore fece la sua comparsa, attorniato dalle ballerine, con i corpi dipinti a rappresentazione dei sette peccati capitali. La musica riprese e la coreografia si arricchì di tanti palloncini multicolori con il logo dell'Olovoce.



-Buonasera a tutti amici miei-

Urlò con quanta voce aveva in corpo Robin Dalton, ormai da tutti conosciuto come "il tentatore".

-E' con immenso piacere che grazie alla gentile sponsorizzazione di Olovoce Italia mi appresto a presentarvi i coniugi Maiani, protagonisti della 147° puntata di "Quanto mi ami?".


Le luci si abbassarono ed iniziò il rullo dei tamburi, il logo dell'Olovoce piroettava in ogni dove , costruendo cangianti giochi di fantasia, mentre continuava a salire il pathos degli spettatori, poi finalmente in una cascata di lucciole argentate Katia ed Erik Maiani fecero la loro comparsa entrando nel soggiorno mano nella mano.

Dovevano avere più o meno 35 anni, lui era alto circa un metro e ottanta, aveva i capelli neri corti e radi, un piccolo pizzetto ed un vistoso orecchino triangolare adatto a contenere almeno un paio d'innesti; vestiva un completo “giovane in carriera” da 140 dm. Gessato grigio con camicia blu e cravatta antracite.


Lei aveva i capelli lunghi appoggiati sulle spalle, che sfumavano dal biondo al rosso a comporre il disegno di una farfalla in volo, non era più alta di un metro e settanta, portava un vistoso piercing al naso e parecchi anelli, indossava una mise “bella e monella” da 200 dm, teneva a tracolla una borsetta pitonata a forma di gabbiano e a differenza di Erik si muoveva con estrema spontaneità, dando la sensazione di trovarsi completamente a proprio agio di fronte ai riflettori.



Seguì una breve presentazione, durante la quale i coniugi Maiani raccontarono allo spettatore alcuni passi del proprio vissuto, alternandosi più volte l'uno all'altro nel prendere la parola.

Katia era nata in campagna, amava il publirap ed i cyberpet, lavorava in un'agenzia di pubblicità, andava in palestra almeno tre volte la settimana, adorava i viaggi virtuali nelle località esotiche più trend, ma la sua vera passione era l'olotv, dinanzi alla quale poteva passare ore ed ore perdendo perfino la cognizione del tempo.

Erik era stato adottato da una famiglia molto povera e la costruzione di una solida carriera si era rivelato il suo chiodo fisso fin dalla più tenera età. Oggi lavorava in una grande compagnia finanziaria, ma con un ruolo impiegatizio che ancora non lo soddisfaceva. Amava il calcio, i viaggi virtuali, gli olospogliarelli, ma soprattutto era innamorato in maniera maniacale del proprio lavoro.



Ancora una volta le luci si abbassarono, mentre saliva una musica lamentosa che metteva i brividi, i coniugi Maiani presero posto a sedere l'uno di fronte all'altro accanto al tavolino di cristallo, “il tentatore” estrasse da una valigetta di plastococcodrillo la beretta calibro 50 placcata in oro e l'appoggiò proprio al centro del tavolino, sopra ad un cuscinetto di velluto rosso recante il logo dell'Olovoce.

Pochi attimi dopo l'orologio a pendolo in sovraimpressione suonò le 21 ed “il tentatore” con voce solenne esclamò

-Signori il dado è tratto-.


Quanto mi ami? Era un reality play dal regolamento molto semplice: due coniugi, che fossero sposati da almeno cinque anni ed avessero pubblicamente asserito di amarsi vicendevolmente, erano introdotti all'interno dell'appartamento, mentre una pistola veniva posta ad eguale distanza l'uno dall'altro. Il gioco iniziava alle 21 in punto e terminava a mezzanotte. Il coniuge che fosse riuscito nel corso delle tre ore ad ammazzare l'altro ed uscire vivo dalla stanza guadagnava 400.000 dm. Se invece entrambi avessero resistito alla tentazione, si sarebbero donati reciprocamente una prova d'amore senza paragoni, ma avrebbero dovuto accontentarsi dei 500 dm del premio di presenza.



Katia ed Erik cominciarono a conversare amabilmente, intorno all'estrema eleganza con la quale era arredato il soggiorno e disquisirono di quanto fosse emozionante ritrovarsi dinanzi alla telecamera, mentre si guardavano spesso negli occhi misurando attentamente i movimenti.

Fu solo dopo una decina di minuti che Katia propose un giro di ricognizione dell'appartamento, si alzarono quasi contemporaneamente e si avviarono prendendosi per mano.

Entrarono nella grande camera da letto e ammirarono stupiti lo splendido oloschermo da 76 pollici annegato nella parete, giocarono come bambini con la soffice morbidezza del letto a microgetto d'aria e sperimentarono con gioia una macchina delle sensazioni nuovo modello, ancora non presente sul mercato.


Poi eccitati e madidi di sudore si sedettero al tavolo della cucina, stapparono una bottiglia di champagne analcolico aromatizzato alla frutta e gustarono il nettare, accompagnandolo con succulente tartine alle alghe sintetiche denaturate, plastopatatine dalle fogge più svariate e
coloratissimi bignè all'aranciocrema.



Il pendolo aveva ormai battuto le 22 e nonostante i coniugi Maiani avessero finora ostentato estrema naturalezza ed affettuosa complicità, era impossibile non cogliere nei loro occhi, durante i primi piani, un fondo di malcelata tensione che a poco a poco saliva in superficie.

-Erik, ho bisogno di andare un attimo in bagno- esordì Katia, interrompendo un lungo momento di silenzio al quale entrambi si erano abbandonati.


Fai pure con tranquillità tesoro- rispose Erik con la voce che tradiva un misto d'imbarazzo ed agitazione.-



L'uomo seguì sua moglie con gli occhi e non si alzò in piedi fino al momento nel quale sentì girare la chiave nella toppa, dopodiché si avvicinò al cassettone della cucina e apertolo con mano tremante ne estrasse un coltellaccio da macellaio. Restò un attimo ad osservarlo, mostrando una strana fissità nello sguardo, poi si diresse a passi svelti verso il soggiorno. Gettò una rapida occhiata verso la porta del bagno, quasi incespicò nel cyberdalmata che giaceva spento accanto all'uscio, si avvicinò alla scrivania e nascose il coltellaccio sotto il cuscino della poltrona maculata. Tornò velocemente a sedersi al tavolo della cucina, e quando pochi attimi dopo sentì nuovamente girare la chiave nella toppa aveva ancora la fronte imperlata di sudore ed il respiro affannato.



-Eccomi caro- quasi urlò Katia nell'aprire la porta lentamente e con circospezione. Una rapida occhiata le confermò che la pistola troneggiava ancora maestosa sul cuscino rosso, ed allora uscì ostentando un passo deciso e disinvolto.

-Che hai fatto amore mio? Sei tutto sudato e rosso in viso e respiri come se avessi salito delle scale di corsa-



-Niente tesoro, devo aver mangiato troppo, le tartine erano così buone e poi queste telecamere che ci seguono sempre, mi mettono agitazione, ti avevo detto che andare in olotv non sarebbe stata una buona idea, non sono tagliato per queste cose, lo sai.-



-Ma dai non fare il solito guastafeste, non lo vedi quanto è emozionante? Solo il pensiero dei milioni di persone che in questo momento ci stanno fissando mi riempie di eccitazione. Adesso ti faccio un bel massaggio così ti rilassi e la smetti di borbottare.-



Così dicendo Katia sbottonò il colletto della camicia del marito e cominciò a premere dolcemente con i palmi delle mani sulla parte posteriore del collo.

Erik ben lungi dal rilassarsi non riusciva ad evitare di volgere a più riprese il capo e continuava ad irrigidire i muscoli, quasi si trattasse di un riflesso condizionato.


-Sarà mai possibile che non ti riesca di stare fermo un attimo? Sciogli quei muscoli, hai forse paura che ti voglia strangolare?-



-Ma che dici tesoro? E' che mi sento teso, nervoso-



-Sai bene che ti amo e non potrei vivere senza di te, non penserai che voglia davvero ucciderti per ottenere quei soldi-



-Ma certo che no, sciocca.-
 
Bene allora visto che non gradisci il mio massaggio andrò a risvegliare quello splendido cyberdalmata che ho visto addormentato accanto alla porta, saranno almeno due anni che ti dico quanto mi piacerebbe che ne comprassimo uno, ma tu da quell'orecchio hai sempre fatto finta di non sentire.-

L'animale da intrattenimento domestico si stiracchiò sbadigliando, poi cominciò a scodinzolare festante mentre Katia gli carezzava ridendo il pelo maculato, prima d'inscenare una corsetta e rotolarsi con lui sul tappeto.

Erik che nel frattempo sembrava avere recuperato la propria calma si alzò da tavola con lentezza studiata ed andò ad accomodarsi sulla poltrona maculata.



-Se proprio ci tieni tanto il mese prossimo andremo ad acquistarne uno tesoro, però dovrai rinunciare a qualche serata in palestra, un aggeggio del genere costa quasi 1500 dm e sai che non ho ancora avuto la promozione.-



-Uffa soldi, soldi, soldi, sempre i soldi Erik, sarà mai possibile che tu non riesca a parlare d'altro? Saranno due mesi che sto aspettando di potermi gustare la vacanza virtuale a Timor Est, porto una maschera senza idratazione che mi rovina la pelle, sono senza l'innesto olovideo da quando si è rotto questa estate, è da quando ci siamo sposati che mi prometti un olotv da 78 pollici e sono ancora costretta a guardare quel residuato dei tempi dell'inciviltà da 42, con gli ologrammi che sembrano i sette nani venuti fuori dalla fiaba, il mio olocellulare avrà almeno 3 anni e non riesce neppure a girare un olofilmato che superi i 30 minuti e tu continui a parlarmi di soldi.-



-Ma cara lo sai benissimo quanto è duro costruirsi una carriera, abbiamo dovuto acquistare l'appartamento e le scadenze del mutuo quarantennale bisogna pagarle tutti i mesi! Hai voluto il lettore di vacanze virtuali e abbiamo pagato le rate per due anni, hai già fatto un paio di risanamenti estetici che ci sono costati almeno 2500 dm l'uno, per non parlare delle olosculture che, senza sentire ragione hai voluto acquistare il Natale scorso.-


-Certo, se dessi retta a te dovrei vivere come un'accampata, in una casa simile a un tugurio, lasciare che il tempo deformi la bellezza del mio corpo e magari acquistare vacanze di quelle dozzinali, da passare in posti noiosi, con gente noiosa. Lasciamo perdere guarda, io sopporto tutto questo solo perché ti amo e so che un giorno qualcosa cambierà.-



Infervorata nella discussione Katia si era avvicinata alla poltrona maculata, senza più curarsi del cyberdalmata che era rimasto accucciato sul tappeto e li stava osservando in attesa di un qualche ordine da poter eseguire.

Essendosi accorto che sua moglie stava ormai mettendo il broncio Erik la tirò a se sulla poltrona e la baciò con trasporto, poi siccome lei sembrava esitare, le promise che non appena sarebbe subentrato a Stefano Miozzo nel ruolo di sector manager, le avrebbe dato tutte quelle cose alle quali giustamente ambiva.

Katia incominciò a calmarsi e si abbracciarono teneramente iniziando a fantasticare sulla vacanza a Timor Est.



La pendola aveva già da un pezzo battuto le 23 e "Quanto mi ami?" si stava ormai avviando alla conclusione, con i coniugi Maiani accoccolati sulla poltrona ad immaginare spezzoni felici del proprio futuro, quando all'improvviso Katia si alzò in piedi con risolutezza, dopo aver guardato il proprio innesto temporale da polso.

 
-Dove vai?- Esclamò Erik a metà fra lo stupito e lo spaventato.



-Non mi ero accorta di quanto si è fatto tardi tesoro, fra poco dobbiamo uscire di qui ed il mio viso si è ridotto che è uno schifo.-

Rispose Katia che tutto a un tratto sembrava avere ritrovato l'eccitazione di inizio serata, mentre cercava freneticamente di ricomporre la grazia del suo completo "bella e monella".

-Vado a prendere la borsetta con dentro gli attrezzi per la ricostruzione.-

Aggiunse poi mentre avanzava con passo risoluto in direzione del tavolino di cristallo, senza degnare neppure di uno sguardo il cyberdalmata sempre seduto sul tappeto in attesa di attenzioni.



Negli occhi di Erik si leggeva chiaramente una sorta di terrore ancestrale, respirava appena e la sua mano corse immediatamente sotto il cuscino a toccare la lama del coltellaccio, né saggiò la consistenza quasi ad esorcizzare la paura, poi cercò d'impugnare saldamente il manico, ma la sua mano aveva iniziato a tremare impietosamente.

Sua moglie era ormai a meno di un metro dal tavolino di cristallo e la sua figura gli nascondeva completamente alla vista il cuscinetto rosso e la pistola che vi era adagiata sopra.

Avrebbe voluto correre a nascondersi in cucina o in camera da letto, avrebbe voluto infilarsi dentro ad un armadio, o semplicemente gettarsi a terra e piangere come un bambino, ma non poteva spostarsi dalla poltrona e dal coltellaccio che restava l'unica arma in grado di salvargli la vita.

Restò immobile, i muscoli tesi allo spasimo, i sensi acuiti dall'adrenalina, ogni fibra del suo corpo pronta a scattare sopra a quella donna per farla a pezzi senza pietà.

I cinque metri che lo separavano dal tavolino di cristallo gli sembravano chilometri, i secondi dell'attesa gli parevano ore e giorni figli dell'eternità

In realtà durò un attimo, Katia si chinò, guardò appena distrattamente la beretta addormentata sul cuscinetto di velluto, raccolse la borsetta pitonata, si ravvivò i capelli con una mossetta della mano e ritornò sui suoi passi, dirigendosi verso la porta del bagno.



Sul viso di Erik la maschera di tensione si sciolse all'improvviso come neve sotto al sole primaverile, iniziò a ridere, una risata isterica, liberatoria che per quanto si sforzasse non gli riusciva in alcun modo di trattenere.

-Cosa ti prende tesoro?-

Domandò Katia che si era intanto fermata dinanzi alla porta del bagno.

-Scusami amore, lo so che sono uno sciocco e tu ora mi dirai che sono insopportabile quando non ho fiducia in te, ma prima….beh insomma un attimo fa quando ti sei avvicinata al tavolino per prendere la borsetta, io…ecco io, per un attimo sono stato convinto che tu avresti impugnato la pistola per sparami. Lo so che sono un idiota, non dire nulla per favore mi faccio già abbastanza schifo da solo.-



-Ma Erik, tesoro come hai potuto pensare una cosa del genere?-

Rispose Katia che intanto stava rimestando con le mani nella borsetta ripiena fino all'inverosimile di plastotrucchi di ogni foggia e specie.

-Sei uno sciocco- aggiunse poi, palesando una impercettibile mutazione della tonalità vocale.

-Sei davvero uno sciocco amore mio se hai pensato che io avrei potuto raccogliere la pistola e cercare di spararti, mentre tu eri pronto ad infilarmi nella schiena quel coltellaccio che tieni nascosto sotto il cuscino della poltrona. Solo una stupida avrebbe potuto essere tanto scontata e prevedibile ed io non sono una stupida, tesoro, questo dovresti saperlo bene.-


Mentre pronunciava queste ultime parole Katia estrasse con gesto fulmineo la Smith & Wesson calibro 45 dalla borsetta pitonata ed esplose in rapida sequenza due colpi a bruciapelo in direzione del marito.

Il primo colpo raggiunse in pieno Erik alla spalla sinistra, lacerandogli la carne senza pietà, il secondo gli frantumò il ginocchio destro con il quale aveva cercato di proteggersi. L'espressione esterrefatta ed incredula del suo viso aveva lasciato spazio ad una maschera di rabbia e di dolore; brandì con tutte le forze che gli restavano la lampada a forma di serpente e la scagliò in faccia alla moglie.

Katia colpita in piena fronte barcollò un attimo, mentre il sangue iniziava ad uscire copioso dalla ferita, a formare tanti piccoli rigagnoli sul suo viso trasfigurato dall'odio e dall'eccitazione. Poi si pulì con una mano gli occhi dal liquido caldo e denso che li annebbiava, guardò Erik che contorcendosi stava trascinandosi verso di lei bocconi e gli disse -crepa bastardo- prima di sparargli il colpo di grazia alla testa.



L'uomo si accasciò in un lago di sangue, come un fantoccio inanimato e mentre la musica accompagnava l'ingresso del tentatore e delle ballerine, fra raffinati effetti pirotecnici e la solita pioggia di palloncini colorati, la signora Maiani, caduta in ginocchio si abbandonò ad un pianto liberatorio mentre continuava a mormorare -è finita, è finita.-

Robin Dalton la proclamò vincitrice della 147 esima puntata di Quanto mi ami e le porse la dm card con il credito di 400.000 dm, proprio mentre due infermieri la trasportavano via su una barella, la donna insanguinata e quasi esanime fu solo in grado di sussurrare -Grazie, grazie, grazie a tutti.-

Erano da poco passate le 2 del pomeriggio e Mario stava gustandosi in tranquillità una sigaretta, dopo aver pranzato con un mix del cacciatore, delizioso anche se un poco salato. Aveva provato a richiamare Alessio Greco, ma sempre senza risultato e stava rigirando fra le mani un vecchio libro impolverato degli anni 80, indeciso se aprirlo o meno. Non leggeva un libro da almeno 10 anni e da quando nel 34 i suoi genitori erano stati terminati, in quanto oggetto dell'eliminazione programmata dell'anziano, non gli era mai più capitato di avvertire la necessità della lettura.


Quando era bambino, negli anni 90, suo padre amava leggergli spesso racconti e romanzi. Lui ascoltava affascinato, mentre la mente correva in mille mondi di fantasia, a volte fra le gelide acque di oceani tempestosi, altre sui crinali d'impervie montagne, dove le nuvole correvano nel cielo così vicine che pareva di poterle toccare, altre ancora nell'affascinante atmosfera di una corte rinascimentale o nell'aia di una cascina, in campagna d'estate, quando il sole volge al tramonto e calano le prime ombre della sera.

In seguito aveva letto sempre meno, l'olotv e gli olovideo avevano man mano soppiantato i libri, che nel volgere di pochi anni erano praticamente diventati introvabili. Leggere era diventata una pratica per persone ignoranti che non sapevano stare al passo con i tempi, gli psicoterapeuti sconsigliavano vivamente la lettura in quanto pratica che inibiva la fantasia e la sensorialità dell'individuo, ed era rimasto famoso l'olovideo pubblicitario nel quale un giovane manager di successo gettava un libro nel riciclatore, esclamando “almeno adesso servirai a qualcosa, io voglio vivere delle mie sensazioni, non marcire nella noia della polvere.”

Non gli riusciva di capire per quale strana ragione proprio adesso, a distanza di tanti anni, sentisse crescere il desiderio d'immergersi nel mondo delle parole stampate, quasi si trattasse di una realtà alternativa sicura, gratificante. Perché i libri e non il lettore di vacanze virtuali o la macchina delle sensazioni, già perché?

 
La chiamata di Olga de Martinis lo strappò all'improvviso da queste considerazioni, aveva voglia di vederla e gli fu spontaneo rispondere con gioia.

-Ciao come stai mammina? Hai poltrito fino ad adesso o ti sei abbronzata tutta la mattina sotto al sole di una spiaggia tropicale?-



-Niente di tutto ciò carino, ho lavorato per casa un paio d'ore, perché è da un mese che ho il cyborg domestico rotto e mi mancano i soldi per acquistarne uno nuovo, poi mi sono guardata la replica di "quanto mi ami?" che mi ero persa a causa della nostra cena di ieri sera.-



-Davvero terribile come avresti potuto sopravvivere senza vedere le eroiche gesta della dolce signora Maiani?-



-Scherza scherza tu, ma lo sai almeno che il mio analista del programma bisettimanale ha sempre insistito sul fatto che "quanto mi ami?" è una trasmissione da non perdere assolutamente? La considera ricca di valore terapeutico e culturale come nessuna altra sai?-



-Forse riceve un premio mensile da parte dell'Olovoce, oppure aspirerebbe a poterci andare con sua moglie ah ah.-.....


Ma come siamo spiritosi oggi, dimmi piuttosto hai incominciato a prendere le compresse che ti ha prescritto il professor Salvetti, testone? Ti senti meglio? Ti hanno creato dei problemi?-



-No, no, nessun problema Olga ma io non potrei sentirmi meglio, in quanto stavo bene già prima, non sono malato, ho accettato la visita e la cura solo perché mi ci hanno costretto.-

Nel pronunciare queste parole Mario si ricordò delle due scatolette di compresse che aveva dimenticato nella tasca del giaccone invernocaldo. Doveva riporle in cucina dentro ad una scansia, poiché pur non avendo alcuna intenzione di assumere i farmaci sarebbe stato imprudente gettarli in un riciclatore.



-Ieri sera sono stata molto bene sai? Era tanto tempo che non mi sentivo così libera, leggera, felice.-



-Sono stato molto bene anche io, vederti di persona, sentirti vicina è stato bello, una sensazione strana e….-



-Ah Mario scusa, quasi dimenticavo, poco fa, verso l'una è accaduta una cosa strana che devo raccontarti subito. Sai quel tuo amico che mi avevi presentato ad aprile alla loggia degli argonauti, Alessio…adesso non ricordo come facesse di cognome.-



-Alessio Greco? Cosa gli è capitato?-



-Si proprio lui, beh verso l'una mi ha chiamato sull'olofono, non l'aveva mai fatto prima, sembrava agitato, confuso, non so dove fosse ma mi dava l'impressione di trovarsi in qualche zona industriale dismessa, non ho notato tappeti nelle vicinanze.-

 
-Cosa ti ha detto? Che voleva?-



-Nulla, ha detto solo poche parole che mi sono sembrate senza senso, mi ha detto che eri in pericolo, di starti vicino, di non lasciare che entrassero in te e di convincerti ad accendere qualcosa che non ho capito cosa fosse.-



-Ti sembrava scherzasse?-



-No al contrario, era agitato, aveva gli occhi da pazzo, parlava in maniera concitata e non si capivano bene le parole, gli ho consigliato di prendere una compressa di dolcerelax ma poi la comunicazione si è interrotta all'improvviso ed è sparito.-

 
-Che strano, questa mattina all'alba ha chiamato anche me, ha detto solo un paio di frasi sconnesse ed incomprensibili prima che saltasse la comunicazione, era a casa, ho cercato di richiamarlo ma niente. Pensavo si trattasse di uno scherzo, ma adesso sto incominciando a preoccuparmi, non vorrei gli fosse capitato qualcosa. Proverò a chiamarlo sull'olocelullare.-



-Certo fai così, credo sia la cosa migliore. Adesso devo salutarti, ho una chiamata in arrivo da mia mamma, fra tre anni sarà eliminata e mi sembra di non starle mai abbastanza vicina. Ciao ti mando un bacione.-



-Ciao Olga un bacione anche a te.-.....


Dunque Alessio dopo averlo svegliato alle prime luci dell'alba, con quello che lui pensava essere stato uno scherzo da buontempone, anzichè concedersi un bel sonno aveva deciso di uscire di casa la mattina di una domenica festiva, per recarsi in una zona industriale della periferia e telefonare ad Olga, della quale ignorava oltretutto che conoscesse il numero.

I conti non tornavano, quel dormiglione di Alessio non avrebbe mai fatto una cosa del genere, e poi le frasi sconnesse, il viso stravolto dalla paura, quel tono affranto, non gli era mai capitato in tanti anni di vedere Alessio preoccupato o triste. Doveva senza dubbio essere capitato qualcosa, ma cosa?

Provò più volte a chiamarlo sull'olocellulare, fino a tarda sera, ma senza risultato, sembrava davvero essersi volatizzato nel nulla.

 

La luce del buio - capitolo VI - Un richiamo nero






Aveva piovuto per tutta la notte, dal cielo lattiginoso cadeva ancora una leggera acquerugiola e una densa foschia impediva di vedere in lontananza. L'umidità entrava nelle ossa e Mario aveva alzato il termostato del giubbotto invernocaldo ed impostato la maschera sul livello 4 come consigliato dai pannelli luminosi.
Incominciò a riflettere su quanto l'uomo fosse riuscito a trasfigurare l'ambiente, senza curarsene minimamente. Da troppi anni era ormai impossibile muoversi in superficie, senza l'ausilio delle maschere, l'unica aria respirabile era quella fornita dai depuratori, la temperatura spesso superava i 50 gradi e non solo d'estate, non esisteva più un cielo ma solo una cortina traslucida ed amorfa che induceva all'angoscia quando si alzavano gli occhi. Tutte le persone al di sotto dei 20 anni non avevano mai avuto modo di vedere le stelle, né di fantasticare sulla forma delle nuvole. I mari e gli oceani erano ridotti ad immense distese senza vita, composte di acqua oleosa e plastica maleodorante

Oltre l'80% delle forme animali potevano considerarsi estinte, mentre la vegetazione era presente solo in poche ristrette aree del globo, l'intero ecosistema si manifestava ormai chiaramente prossimo al collasso.



Perché questi pensieri? Perché angosciarsi di fronte a quella che aveva sempre considerato una normale realtà? Troppe domande senza risposta mulinavano dentro alla sua testa indispettendolo, forse era davvero ammalato, senza che avesse mai avuto modo di accorgersene. E poi di nuovo quella sensazione, come di due occhi che lo stessero fissando, senza perderlo di vista mai.


Aveva lasciato il tappeto 32 da un paio di minuti, quando attraverso la bruma vide un gruppo di persone che si agitavano dinanzi portone centrale della WIC, allungò il passo incuriosito, senza badare alle pozzanghere che rischiavano di corrodergli in profondità gli stivali tecnocittà che portava ai piedi.

Ormai giunto in prossimità dell'ingresso, gli si presentò dinanzi agli occhi una scena alquanto insolita e raccapricciante. Brian Ceccarelli si agitava come un ossesso, nel tentativo di varcare la soglia dell'azienda, mentre i due agenti di guardia all'ingresso gli impedivano il passo con risolutezza.



-Cosa diavolo sta succedendo?-

Chiese avvicinandosi a Mattia Semioli che aveva scorto nella calca intento ad osservare l'evolversi degli avvenimenti.



-Ah ciao Mario, come stai? Guarda è una cosa inaudita, pochi minuti fa quando Brian è arrivato qui, insieme ad Erika Sibona, sai che la mattina prendono il tappeto insieme, insomma quando stava per entrare nel portone, il suo innesto d'identità ha iniziato a suonare e le guardie gli si sono parate davanti dicendogli che la sua presenza qui non era gradita, in quanto era stato licenziato.-



-Licenziato? Così all'improvviso? E ha dovuto venire a saperlo dalle guardie?-



-Cosa vuoi che ti dica, siamo rimasti tutti esterrefatti ma è andata proprio così, io ero pochi metri dietro di lui ed ho sentito tutto. Poi Brian ha cominciato ad andare in escandescenze, povero ragazzo lo capisco, speriamo solo che non si metta nei guai, è già una tragedia così grande la sua, senza che complichi le cose ulteriormente.-

 
Nel frattempo il Ceccarelli, con il viso smunto stravolto dall'indignazione, continuava ad urlare -lasciatemi entrare! Qui dentro qualcuno mi deve una spiegazione!-

Poi all'improvviso con un guizzo riuscì ad incunearsi fra i due agenti ma fece solo pochi metri all'interno dell'atrio prima di venire afferrato per il collo con decisione.


L'atteggiamento delle guardie cambiò radicalmente, estrassero i manganelli ed iniziarono a colpirlo con violenza mentre lo spingevano fuori dall'uscio. Brian cercò di resistere aggrappandosi disperatamente allo stipite della porta, con l'unico risultato di farle infuriare ancora di più.

Una manganellata in piena faccia gli ruppe il setto nasale e rotolò a terra coprendosi il viso con le mani, gli agenti allora cominciarono a tempestarlo di calci.


Mario, Flavio Bernini ed il nuovo assunto Cristian de Cesari uscirono dalla calca e cercarono di sottrarre il poveretto alla furia dei poliziotti.

-Basta lasciate stare, lo portiamo via noi!-

Urlò Mario, nel tentativo di trascinare via il corpo del collega ormai svenuto, una manganellata lo colpì con violenza alla spalla, prima che le due guardie ormai soddisfatte decidessero che poteva bastare.



Nel frattempo qualcuno doveva aver chiamato un'ambulanza, poiché l'ululato lamentoso della sirena già si sentiva in lontananza. Prima dei soccorsi arrivarono però una dozzina di agenti della PP, i quali dopo aver confabulato per un attimo con le guardie si avvicinarono al corpo esanime del Ceccarelli, lo ammanettarono, lo perquisirono ed un paio di loro salirono nell'automezzo insieme alla lettiga.

 
-Ma ti rendi conto che potevi farti arrestare?- Gli stava intanto dicendo Mattia Semioli che si era appena avvicinato con gli occhi pieni di lacrime.-



-Beh bisognava pur far qualcosa, o dovevamo forse aspettare che lo ammazzassero di botte qui in mezzo alla strada?-



-Hai ragione però…Cristo non ha più un lavoro ma lo sai cosa significa? Mi vengono i brividi solo a pensarci, dove avrà sbagliato? Cosa farà adesso? Cosa farà la sua famiglia?-



-Mattia, basta domande, andiamo dentro adesso, siamo già in ritardo di quasi un quarto d'ora e qualcosa mi dice che questa non sarà una buona giornata.-.


Mai intuizione si era rivelata più profetica, per tutta la mattinata in ufficio si continuò a percepire un'atmosfera carica di tensione, Mario tentò di contattare un paio di volte Alessio Greco tramite l'olonet ma inutilmente, l'olocentralinista dell'azienda di sensazioni nella quale prestava servizio lo informò che quella mattina non si era presentato al lavoro.

Il mistero si faceva sempre più fitto, non presentarsi al lavoro era una mancanza estremamente grave, spesso punita con il licenziamento. Molte volte neppure una malattia era giustificazione sufficiente e non era raro il caso di dipendenti che ammalandosi, oltre alla salute avevano perso anche la propria occupazione.

La sorte di Alessio lo preoccupava sempre più, ma non c'era nulla che potesse fare, almeno non ora sicuramente.

Nonostante queste considerazioni, un forte senso d'inquietudine continuò a perseguitarlo, unitamente al dolore alla spalla che percepiva ancora più forte, in quanto frutto dell'ingiustizia di quella manganellata gratuita.



Verso le 16 due guardie della sicurezza entrarono in ufficio con il compito di accompagnare Mario, Cristian de Cesari e Flavio Bernini nell'ufficio dell'UOS, in quanto erano stati convocati dal direttore.



Mauro Colombo li accolse con malcelata rudezza, in netto contrasto con il fare mellifluo che era solito esternare.

-Signori verrò subito al dunque, in quanto immagino siate coscienti del perché di questa convocazione. Stamattina dinanzi all'ingresso della società sono avvenuti dei fatti inammissibili, sia per la loro gravità, sia perché rischiano di nuocere all'ottima immagine che questa azienda ha sempre portato avanti nel corso degli anni.

Il vostro ex collega Ceccarelli, il quale si è fatto autore di un attentato vigliacco e riprovevole nei
confronti della Wic, nonché di due agenti che stavano compiendo il proprio lavoro è già stato assicurato alla giustizia. Sarà processato per eversione non appena verrà dimesso dall'ospedale e rischia una grave condanna, se non addirittura l'eliminazione. Ma queste sono cose che non riguardano più la società.

Il problema in questo momento siete voi.-


-Noi?- Domandò Mario, sinceramente stupito dall'affermazione.


-Si voi, tre stimati impiegati della nostra azienda che si sono resi complici di un criminale ed hanno ostacolato con la forza l'operato della sicurezza, una vergogna, semplicemente una vergogna.-



-Ma noi signore abbiamo solamente detto alle guardie di smettere di malmenare quel poveraccio che giaceva a terra svenuto.- Disse il de Cesari con un filo di voce.



-Parla proprio lei de Cesari? Lei che dopo essere stato appena assunto da tre giorni nella nostra azienda, e quindi all'inizio dell'anno di prova, già si macchia del sospetto di complicità con un terrorista?

Senta il suo è un caso a parte e mi consenta di dirglielo francamente un caso già chiuso. Siccome vedo che ha avuto anche la tracotanza di ribattere alle mie parole, le comunico che da questo momento la sua presenza in azienda non è più gradita. Gli agenti l'accompagneranno alla scrivania, per recuperare i suoi effetti personali e la prego di tenersi a disposizione della PP, che nei giorni a venire avrà sicuramente necessità di porle alcune domande.-



Immediatamente le due guardie prelevarono dalla seggiola il De Cesari, con atteggiamento energico e deciso e lo trasportarono fuori dalla sala, senza dargli neppure il tempo di proferire una parola.



-Bene, veniamo a voi due ora. Operate in questa società da molti anni ed avete sempre lavorato con profitto, il che però non giustifica le vostre azioni. Siete già implicati nell'inchiesta della PP sugli eventuali fiancheggiatori del terrorista Parisi e vi sembra giusto dare adito ad altri sospetti con un'azione scellerata come quella di questa mattina?-



-Ma noi…- intervenne Mario con una decisione che stupì egli stesso, -noi abbiamo semplicemente cercato di salvare la vita di un nostro collega che giaceva a terra inoffensivo.-

 
-Ma quale collega e quale inoffensivo!- Ribattè Colombo con le gote che gli si erano fatte rosse dall'ira, un terrorista è solamente un terrorista e non è mai inoffensivo, neppure da morto, ficcatevelo bene in testa questo.-


-Sissignore ha ragione ,ci scusi, probabilmente abbiamo perso la testa.- Disse con un tono di voce basso e lamentoso Flavio Bernini, che fino a quel momento era rimasto in silenzio.-



-Non è questione di scuse, qui si tratta di cose serie, non si può aiutare un terrorista e poi scusarsi come se nulla fosse, possibile che non vi rendiate conto della gravità del vostro gesto?

Comunque siccome vi stimo voglio cercare di aiutarvi, non sarete licenziati, riceverete una ritenuta di 200 dm sullo stipendio mensile, per i prossimi 3 mesi, quale multa, ed un richiamo nero della validità di un anno.
Ma ricordate non voglio più sentire il vostro nome in nessuna faccenda che riguardi questo ufficio! E adesso andate che con voi ho già perso anche troppo
tempo questo pomeriggio.-



-Grazie signore- mormorarono i due mentre infilavano velocemente l'uscita.



-Un richiamo nero?- stava sussurrando con un filo di voce Mattia Semioli mentre lo guardava con fare compassionevole. -Mio Dio se avessi ricevuto un richiamo nero non riuscirei più a dormire la notte per tutto l'anno, ma lo sai cosa significa un richiamo nero?-



-Certo che lo so- rispose Mario, -sono in questa azienda da più anni di te, credi che non conosca i regolamenti?-



-Tu e Flavio siete pazzi, lasciatemelo dire, un richiamo nero ed una ritenuta sullo stipendio e tutto per cercare di salvare il Ceccarelli che, comunque vadano le cose è più morto di un morto, non parliamo poi di quel ragazzo nuovo alto alto, il de Cesari che ha compromesso tutto il proprio futuro, siete pazzi!-



-Tu per salvare me non l'avresti fatto Mattia?-



-Io non lo farei per nessuno, neppure per mio fratello, ma ti rendi conto che con un richiamo nero sulle spalle basta una qualunque fesseria e sei fregato? Un ritardo, una giornata sotto l'indice di minima produttività, un'olochiamata personale che superi il tempo massimo, un cliente qualunque che si dica scontento di te e sei disoccupato, cioè più morto dei morti, perché oltretutto la tua morte interiore sei costretto a viverla fino a quando non sopraggiungerà quella naturale.-


-Dai Mattia, apprezzo il tuo tentativo di tirarmi su il morale ma non sforzarti così tanto, potresti perfino provocarmi una crisi d'ilarità e sai che qui in ufficio, nelle mie condizioni mi sarebbe certamente fatale.-



-Riesci perfino a scherzarci su tu, sai per certi versi t'invidio, eccome se t'invidio, hai un avvoltoio che ti gira sopra la testa e nonostante questo riesci a mantenere il senso dell'umorismo, sei incredibile.-



-Un giorno o l'altro ti spiegherò come si fa eh eh, adesso mettiamoci a lavorare, altrimenti si avvereranno davvero le tue fosche previsioni, cassandra che non sei altro.-



Erano già passate le 20 da parecchi minuti, quando Mario salì sul tappeto 32 che lo riportava alla stazione del metrò, aveva ripreso a piovere con notevole intensità ed i grossi e unti goccioloni percuotevano l'asfalto con violenza, prima di fondersi in grandi pozzanghere oleose. Negli ultimi anni capitava sempre più spesso che la pioggia fosse così carica d'idrocarburi da assumere una coloritura grigio nerastra e gli effluvi di nafta entravano nauseanti nelle narici anche attraverso la maschera.



Si sentiva stanco, la spalla gli doleva insieme ai muscoli delle gambe, ma non avvertiva la minima sensazione di preoccupazione e questo era stranissimo. Aveva sempre pensato che se per qualche malaugurata circostanza fosse stato fatto oggetto di un richiamo nero si sarebbe ritrovato in preda al terrore.

Invece no, l'idea di poter esser essere licenziato in qualunque momento dei prossimi mesi non lo turbava neanche un poco. Incredibilmente lo percepiva come un problema che non
appartenesse a lui ma a qualcun altro, del quale non conosceva neppure il nome o il volto.



Mentre si approssimava all'ingresso della stazione, gli parve di scorgere, una trentina di metri alla sua destra, la sagoma del vecchio con la barba bianca. Stava in piedi immobile, in parte coperto alla vista dall'ologramma di un grande cyborg domestico, e lo fissava con attenzione. Cercò d'incrociare quello sguardo e per un attimo percepì come una sensazione di pace e calore senza fine, poi si mosse con risolutezza nella sua direzione, ma fatti pochi passi si accorse che era sparito, simile ad un'ombra nella notte, si mise a correre, sentendosi preda del desiderio di poter leggere dentro a quegli occhi chissà quali arcane verità, ma fu tutto inutile.

Restavano solo la strada deserta, la pioggia e la luce dei lampioni che si rifletteva dentro alle pozzanghere.

Si vergognò di quel suo assurdo e irriflessivo comportamento, non gli era mai capitato d'infrangere il divieto di abbandonare il tappeto, oltretutto senza che nessun motivo razionale lo costringesse a farlo. Aveva sempre giudicato gli atteggiamenti impulsivi propri delle persone sciocche e lui, sempre così misurato nel suo comportamento, aveva appena rischiato una multa o anche peggio, spinto dall'impulso irrazionale d'inseguire una persona che, probabilmente esisteva solo nella sua fantasia....

Tornò immediatamente sul tappeto, per fortuna nessuno aveva fatto caso al suo gesto, si tirò su il cappuccio del giubbotto fino quasi a coprirsi gli occhi e si avviò a prendere il metrò.



Subito dopo essere rientrato a casa provò a chiamare alcune volte Alessio Greco, ma sia l'impianto casalingo che l'olocellulare risultavano disattivati, allora accese l'olotv e si sforzò di mangiare qualcosa, anche se non aveva fame ed avvertiva solo un grande senso di spossatezza.


Stava svogliatamente addentando una plastocotoletta di tacchino sintetico quando un uomo semicalvo sulla quarantina, con un naso porcino e la pelle del volto grassa e butterata, comparì in sovrimpressione accanto al telefono che trillava e con una voce isterica disse - buonasera a tutti, mi chiamo Matteo Boeri, sono il delatore, voglio denunciare l'inquilino che abita sotto di me, il suo nome è Alessio Greco, 44 esima strada numero 137 terzo piano. Credo sia stato infettato dal virus del terrorista. Sabato pomeriggio l'ho incontrato per caso dinanzi al portone di casa, mi ha quasi messo le mani addosso, dicendomi che viviamo dentro ad una gabbia disumana e dobbiamo tutti quanti liberarci da noi stessi. Ho avuto paura, tanta paura, tanta paura….

 
Mario rimase per un attimo immobile, come folgorato, mentre il conduttore a pochi passi da lui radunava in gran fretta una squadra dell'Eliminazione Immediata ed aggiornava gli uomini vestiti di nero su quale sarebbe stato il loro compito. Poi, quasi ipnotizzato, s'incollo davanti all'olotv, mentre l'orientamento agli acquisti sciorinava prodotti di ogni genere in tutte le loro meravigliose qualità, al ritmo incalzante del publirap.


Era passata quasi mezz'ora quando gli agenti sfondarono a calci la porta dell'appartamento di Alessio e fecero irruzione, tenendo fra le mani i mitragliatori pesanti laserguidati. Si separarono ed ispezionarono tutte le stanze, ma era ormai evidente che in casa non c'era nessuno.

Perquisirono dettagliatamente tutto, sfondarono gli armadi, tagliarono il materasso del letto, il divano, le poltrone, mandarono in frantumi i servizi igienici, ma non riuscirono a trovare nulla che potesse rivestire qualche interesse, se si esclude un vecchio libro degli anni 80 che trattava di psicologia ed al quale il cameraman dedicò una lunga inquadratura.

A questo punto il conduttore dichiarò Alessio Greco persona ricercata ed una sua fotografia, appena rinvenuta nell'appartamento, campeggiò a lungo in sovraimpressione, accanto al numero di conto corrente destinato alle donazioni degli olospettatori per costituire una taglia da mettere sul capo del fuggiasco.



Quando Mario, dopo aver risposto quasi automaticamente all'olofono, vide materializzarsi il viso di Olga, stravolto come se avesse appena incontrato un fantasma, si accorse di trovarsi ancora in uno stato di completa confusione mentale.



-Hai visto l'olotv? E' pazzesco, sembra che il tuo amico Alessio sia diventato un terrorista, ecco il perché di quelle frasi sconnesse, di quegli occhi che parevano iniettati di sangue, quando ha telefonato a me….e poi perché a me? Mario ho paura, spiegami cosa sta succedendo.-



-Olga stai calma, ti prego. Non ho la benché minima idea di quello che stia succedendo, ma sono convinto che Alessio non può essere diventato un terrorista. Lo conosco da oltre vent'anni ed è sempre stato una persona positiva e socievole, sicuramente a tutto questo c'è una spiegazione.-

 
-Ho paura, e se venisse qui, se cercasse di entrare con la forza in casa mia? Ho chiamato la PP dieci minuti fa, raccontando loro della telefonata e mi hanno assicurato che terranno sotto controllo il mio appartamento, ma ho paura lo stesso.-



-Olga, ti ho detto di stare calma, se hai avvertito la PP puoi stare tranquilla e poi continuo a ripeterti che Alessio sarebbe incapace di fare del male ad una mosca. Se ti fa piacere domani sera, quando esco dalla seduta col professor Salvetti, passo da te, così potremo cenare insieme, che ne dici?-



-Si, va bene, certo che mi fa piacere, sei una delle poche persone che mi sono vicine in questo momento.-


-Bene, allora adesso prendi un paio di compresse di dolcerelax e fatti un bel sonno, ci vediamo domani verso le 20 e se questa notte qualcosa ti turbasse, qualunque cosa, non esitare a chiamarmi, posso stare tranquillo?-



-Si, certo che puoi, buonanotte.-



-Buonanotte anche a te, a domani.-


Si sentiva così stanco, svuotato di energia, inquieto, continuava a rigirarsi nel letto senza che gli riuscisse di prendere sonno, la compressa antidolore che aveva assunto da poco era ancora lontana dal sortire il proprio effetto e la spalla gli faceva male, come se avesse una lama conficcata in profondità.



Solo dopo un paio d'ore entrò in un dormiveglia costellato da visioni violente, immagini distorte, talune vivide, altre scolorite che si sovrapponevano l'una all'altra, accavallandosi senza senso, con un ritmo frenetico.

Vide il viso di sua madre, lui aveva cinque anni e lei lo stava svegliando, perché era ora di andare a scuola, poi tutto diventò nero ed un lampo accecante stava tagliando in due il corpo di Parisi, lui urlava ma non aveva più la bocca, che era diventata il muso di un'auto, vista dallo prospettiva di chi giace riverso sull'asfalto, con un ginocchio spezzato, c'era gente intorno, tanta gente. La lampada della sala operatoria era accecante come un sole e lui aveva le mani legate, vedeva del sangue tutto intorno, era quello di Erik Maiani, che si trascinava per terra, ridotto ad una
maschera di dolore. 

Le tinte si stavano facendo tenui, lui camminava lungo un lago, l'erba era verde, suo padre lo stava chiamando perché aveva trovato un rospo e voleva farglielo vedere, lui continuava a camminare, ma non si muoveva, il lago era diventato un'enorme pozzanghera, grigia, oleosa, dentro c'era il corpo di Brian, con il naso spaccato, due poliziotti stavano continuando a bastonarlo, avrebbe voluto fermarli, ma i suoi piedi restavano immobili, cercava di gridare ma non poteva farlo. Domattina sua madre sarebbe stata eliminata, ma non gli riusciva di piangere, i suoi occhi erano asciutti, sentiva solo rabbia, qualcuno singhiozzava dietro di lui, cercava di girarsi ed il baratro lo risucchiava nelle sue profondità, vedeva il viso di un vecchio con la barba bianca, cercava di toccarlo, solo un attimo, poi continuava a cadere, sempre più velocemente.



La luce del buio - capitolo VII - un berretto di pelo può salvarti la vita









Si svegliò madido di sudore e con il respiro affannato, erano passate da poco le 4 e gli pareva che la testa fosse sul punto di scoppiargli.

Andò in cucina e prese un'altra compressa antidolore, scorse i due gatti che sonnecchiavano beatamente sul divano, si avvicinò e messosi in ginocchio iniziò a carezzarli con delicatezza. Mentre le sue mani indugiavano fra quel pelo morbido e caldo non poteva fare a meno di osservare con una punta d'invidia la serenità che traspariva da quei corpicini, mollemente adagiati uno accanto all'altro.

Nel rialzarsi per andare in bagno ad infilarsi sotto la doccia a ioni, scorse quasi per caso la grossa busta arancione ancora chiusa, appoggiata sul ripiano della libreria. Da quando giovedì sera l'aveva raccolta nella cassetta della posta pneumatica si era completamente dimenticato della sua esistenza.



La rigirò a lungo fra le mani e quando lesse il nome del mittente rimase per un attimo interdetto e senza fiato. Roberto Parisi gli aveva dunque spedito quella busta, poche ore prima che il suo corpo venisse straziato dai proiettili delle mitragliatrici.



Aprì la busta con concitazione, le dita gli tremavano e la testa aveva ripreso a pulsare. Dentro c'era un foglio di carta bianco ripiegato, racchiuso in una bustina di plastica trasparente sigillata. Lo estrasse con cura e lesse le poche parole scritte in stampatello da una mano visibilmente malferma.

Mario, presentati immediatamente all'indirizzo che trovi in calce a questo biglietto, non tergiversare, fallo subito, domani potrebbe essere troppo tardi, come temo lo sarà per me.

Zona industriale ovest 84esima strada numero 23.

 
Cosa significavano quelle parole? Per quale ragione il povero Parisi avrebbe dovuto scrivergli una lettera, mentre aveva occasione di parlargli in ufficio tutti i giorni?

Stava ancora rimuginando su queste domande quando si rese conto che i caratteri sul biglietto si stavano rapidamente dissolvendo, doveva sicuramente trattarsi di un inchiostro che scompariva a contatto con l'aria. Rilesse quasi automaticamente l'indirizzo e costrinse la sua mente a memorizzarlo.


La mattinata era fredda e nebbiosa, l'umidità sembrava entrare dentro alle ossa e Mario continuava a percepire sgradevoli brividi lungo tutta la schiena, nonostante avesse alzato al massimo il termostato del giubbotto.

La maschera, regolata sul livello quattro rendeva un poco difficoltosa la respirazione e lui detestava la nebbia come poche altre cose al mondo. Trovava orribile quella sensazione di cecità e disorientamento che derivava dall'assoluta mancanza dei punti di riferimento abituali. Le finestre del palazzo posto di fronte al suo, le vetrine dell'ipermarket, le colonnine di ricarica della carboniattivi, perfino gli olocartelloni pubblicitari, sembravano essere stati fagocitati dal denso velo traslucido, dal quale emanava una luminescenza blu cobalto che a tratti virava verso il violetto.

Si sentiva di pessimo umore, tutto ciò che era avvenuto negli ultimi giorni, nonché la pessima notte appena trascorsa, costellata di incubi , non avevano certo contribuito a renderlo sereno, ma era costretto ad ammettere che da almeno una settimana, il senso d'inquietudine che lo pervadeva, non aveva fatto che crescere d'intensità.



Non riconobbe immediatamente Flavio Bernini, nell'uomo con i vestiti semistrappati e la voce arrochita che lo prese violentemente per un braccio, costringendolo ad abbandonare il tappeto.

-Vieni con me, devo assolutamente parlarti subito-

Gli disse il collega, mentre lo spingeva verso una piccola porticina di legno che s'intravvedeva tra la nebbia del vicolo.

 
-Flavio ma sei impazzito? Mi hai fatto morire di paura e poi si può sapere cosa significa tutto ciò?-

Quasi urlò Mario che non riusciva a comprendere le reali intenzioni del Bernini.



-Zitto ti prego, non parlare fino a quando ti dirò che puoi farlo-

Sussurrò l'uomo, mentre armeggiava con il chiavistello arruginito della porta scrostata.


Si trattava di una vecchia cantina fatiscente, con i muri impregnati di umidità ed il pavimento di cemento grezzo. L'aria aveva un odore sgradevole anche attraverso la maschera e l'unica illuminazione era costituita da un neon impregnato di polvere, appeso ad una struttura metallica al centro del soffitto.

Non vi erano sedie nè altre suppellettili, ma alcune persone sedevano in terra in silenzio.

Flavio estrasse dal proprio giubbotto una specie di ridicolo berretto con due paraorecchi pelosi e lo invitò ad indossarlo mimando il gesto in una maniera così goffa che Mario non riuscì a trattenersi dal sorridere.

Fra le persone accoccolate sul pavimento riconobbe quasi immediatamente Alessio Greco, Cristian de Cesari, Claudio Bellini e Samantha Morello, erano tutti senza maschera, come il Bernini e parevano giacere in stato di trance insieme ad una mezza dozzina di visi sconosciuti. Avevano gli occhi infossati, lo sguardo vacuo, i vestiti sporchi e stropicciati, ed indossavano tutti un cappello simile a quello che Mario si era appena calato sul capo.



Alessio si alzò in piedi improvvisamente, ed iniziò a parlare per primo. Sembrava invecchiato di molti anni, il viso era sporco e lasciava trasparire una grande stanchezza, come se non dormisse da chissà quanto tempo, i capelli ancora più ispidi del solito avevano assunto un colore cinericcio, il portamento era curvo, quasi ingobbito.

-Amico mio, so che avresti mille domande da farmi, a buona parte delle quali non sarei comunque in grado di rispondere, ma in questo momento ciò che più manca a tutti noi è il
tempo, credimi, perciò mi limiterò a dirti ciò che è essenziale tu sappia.

Il berretto che ti abbiamo chiesto d'indossare è costituito da un materiale fonoassorbente e munito di un chip di disturbo in grado di neutralizzare il biorec. Se mai riuscissero a rintracciarci, ciascuno di noi verrebbe eliminato prima di mezzogiorno.

Ricordi la grande epidemia mondiale d'influenza aviaria del 12? Quando nel mondo morirono quasi un miliardo di persone e tutti noi superstiti venimmo salvati dal vaccino Ematox?

Ebbene insieme a quel vaccino nel corpo di ciascuno di noi venne iniettato un chip rfid che aveva il compito di programmarci caratterialmente, affinché alcuni lati della nostra personalità, come l'acquiescenza, la paura, il rispetto dell'autorità, il senso del dovere, crescessero a dismisura. A detrimento di qualità quali la fantasia, la curiosità, l'umanità, la capacità critica e molte altre ancora.


-Ma, come è accaduto tutto ciò e soprattutto come fai tu a saperlo, Alessio?- Mormorò Mario sempre più sbigottito.



Improvvisamente dalla strada adiacente iniziò a crescere sempre più forte un suono lamentoso, simile a quello della turbina di un aereo, un suono che sembrava volere entrare dentro al cervello in profondità. Mario sentì due mani che lo spingevano violentemente fuori dalla porta, mentre alcune figure lo urtavano e scappavano via.

Si ritrovò all'improvviso fuori nel vicolo, dentro alla nebbia verdastra, con la maschera ancora fra le mani, e l'aria acre che gli bruciava forte nei polmoni. Si rimise la maschera sul viso e tentò di fare alcuni lunghi respiri, nel tentativo di riprendersi. Ad una ventina di metri da lui, seminascosto dalla nebbia, un blindato della pp. stava pattugliando la strada, mentre orientava a destra ed a sinistra il proprio cannone sonico.


Aveva spesso sentito parlare delle nuove "armi non letali" che erano state date in dotazione alle forze dell'ordine, cannoni sonici ed a microonde, fucili taser wireless, granate psichiche, bombe panico e molte altre diavolerie assortite che fortunatamente non aveva mai avuto occasione di sperimentare, almeno fino a quel momento, siccome proprio il cannone sonico doveva essere stato la causa del dolore ritmico che gli percuoteva la testa in profondità e della forte nausea che gli squassava lo stomaco.



Il blindato si stava lentamente allontanando e mentre la sua sagoma veniva fagocitata dalla nebbia, Mario sgattaiolò fuori dal vicolo con le poche forze che gli restavano e non appena possibile salì sul tappeto che lo avrebbe condotto al metrò e poi al lavoro. La presenza degli agenti della pp. alla stazione gli sembrava ancora più massiccia del solito e le perquisizioni di rito parvero dilatarsi a dismisura per un tempo che rasentava l'eternità, ma non ci fu alcun problema concreto ed alle 8,20 Mario si apprestava a scendere dal tappeto 32, in perfetto orario sulla tabella di marcia. Varco l'ingresso della WIC senza incorrere in alcun intoppo e dieci minuti dopo era seduto all'oloterminale, in procinto d'iniziare la giornata di lavoro.


Nonostante il turbinio emotivo che sentiva crescere dentro di sè, esternamente tentava di mantenere un aspetto calmo ed impassibile e benché si trattasse di un'impresa improba, si rese conto che stava riuscendoci egregiamente. Le parole di Alessio, la riunione "carbonara" nella cantina con il capo coperto da quei buffi berretti, lo shock del cannone sonico e la fuga precipitosa, erano stati rinchiusi in un cassetto dell'animo e in attesa di venire affrontati con la lucidità mentale che avrebbero meritato, non avrebbero dato più fastidio.

Mario accese l'olonet, ringraziò il controllo efficienza personale che gli augurava buon lavoro e iniziò a muoversi in quell'universo fatto di clienti, collezioni, ordinazioni e reclami.



Solamente quando le 11 erano già passate da qualche minuto, si accorse dei gesti d'inquietudine che Mattia Semioli stava continuando a fare da chissà quanto tempo, nel vano tentativo di attirare la sua attenzione.

-Ciao Mattia, volevi dirmi qualcosa? Scusami ma ero così preso dal lavoro da essermi quasi estraniato dalla realtà.-



-Ti capisco bene, anche io se avessi sulle spalle un richiamo nero, eviterei di alzare la testa da quel coso per qualunque ragione al mondo. Volevo dirti che gira voce che Brian Ceccarelli sarà l'ospite di "Giustizia in diretta" venerdì sera. Qui in ufficio stiamo organizzandoci per tentare di aiutarlo tramite il televoto, probabilmente non servirà a molto ma mi sembra giusto tentare, no?-



-Certamente, anche se continuo a non comprendere cosa mai abbia fatto di così grave Brian, in fondo chiedeva solamente delle spiegazioni.-

 
-Avrebbe dovuto tornare subito a casa ed evitare qualsiasi polemica, lo sappiamo bene tutti e due, ma tanto ormai la frittata è fatta ed è inutile rimuginarci sopra. Cambiando discorso, hai visto che Samantha Morello stamattina non è venuta al lavoro? L'ho chiamata mezz'ora fa per risovere un problema sulla spedizione della collezione "coccole chic" e mi hanno detto che non c'era. Sembra l'abbiano cercata sia a casa che sull'olocellulare, ma nulla. Spero che dia sue notizie entro mezzogiorno, altrimenti verrà dichiarata assenteista e non vorrei essere nei suoi panni.-


-Le sarà successo qualcosa, magari un incidente, un malore o che so io....-



-Si, spero anche io che abbia avuto un incidente, molto meglio ritrovarsi all'ospedale che disoccupati, soprattutto di questi tempi.-



-Già, torniamo al lavoro dai, ho ancora alcune cose da sbrigare prima della pausa pranzo.-



Verso le 14, mentre ancora i plastopeperoni, mangiati svogliatamente durante la pausa pranzo, continuavano a duellare fra loro all'interno del suo stomaco, sullo schermo olonet iniziò a lampeggiare in rosso un messaggio con priorità 1 che automaticamente aveva bloccato il sistema. "Alle 14,30 è pregato di recarsi all'ufficio dell'UOS, per incontrare il direttore Mauro Colombo, grazie."



Sarà stato a causa del duello sempre più serrato fra i plastopeperoni, o più probabilmente per colpa del messaggio che aveva appena terminato di leggere, Mario si sentì improvvisamente avvampare tutto, le gote si fecero rubizze e la mano destra iniziò a tremare, prima in maniera impercettibile, poi sempre più violentemente. Cosa poteva volere da lui il Colombo? Era perfettamente cosciente del fatto che con un richiamo nero sulle spalle, qualsiasi quisquilia e qualsiasi rimbrotto avrebbero potuto essergli fatali e provocare il licenziamento immediato. L'indice di produttività era ancora alto, ben superiore alla media, a quanto gli era dato sapere le collezioni non avevano problemi di sorta, perchè allora quella convocazione? Qualcuno era forse al corrente della riunione clandestina di quella mattina, all'interno della cantina in cui era stato trascinato a forza dal Bernini? Ma come sarebbe mai potuto accadere se i buffi berretti pelosi avevano il compito di schermare completamente le trasmissioni del biorec?


Stava ancora continuando a rimuginare su questi pensieri, con la fronte imperlata di sudore e le mani che non volevano saperne di stare ferme, quando due guardie armate dallo sguardo truce fecero capolino all'interno dell'ufficio, gli si avvicinarono e dopo averlo preso sottobraccio, fra le occhiate stupite dei colleghi e l'espressione atterrita di Mattia Semioli, lo condussero al settimo piano dinanzi alla porta dell'UOS che ormai gli era diventata fin troppo familiare.

All'interno oltre a Mauro Colombo lo attendeva il colonnello Siraci che già aveva avuto modo di conoscere durante l'interrogatorio conseguente all'uccisione del povero Parisi.



-Buongiorno, la ringrazio per la sua presenza- disse Colombo, con un'espressione strana sul viso che lo faceva sembrare più impaurito, piuttosto che adirato.

-La lascio subito al colonnello che necessita di porle qualche domanda.-



-Bene caro signore- esordì il Siraci con tono imperioso, mentre guardava Mario profondamente negli occhi, quasi avesse voluto carpire ogni briciola della sua interiorità.



-Sappiamo per certo che domenica mattina, alle ore 6,04 le ha olofonato un certo Alessio Greco, attualmente ancora latitante e ricercato da tutte le forze di polizia per terrorismo.-



-E' vero, siamo amici di lunga data, mi ha chiamato mentre stavo ancora dormendo, ma ha detto solamente un paio di frasi deliranti, prima che la comunicazione s'interrompesse, non ho capito nulla....-



-Sappiamo benissimo quanto le ha detto il Greco, cosa crede? Quello che invece non sappiamo e ci terremmo molto a sapere da lei è cosa sarebbe stato invitato da lui ad accendere.-



-Non ne ho davvero la minima idea, le assicuro. Alessio ha iniziato quella frase, prima che la comunicazione cadesse, ma non riesco ad immaginare cosa voleva accendessi. Mi sembrava molto confuso, lo avrà notato anche lei, e probabilmente parlava senza cognizione di causa.-



-Già, un terrorista che parla a vanvera e per un caso naturalmente fortuito chiede proprio la sua collaborazione, oltre naturalmente a metterla in guardia da un qualche pericolo che a lei immagino risulti altrettanto sconosciuto, vero?-


-Non so assolutamente a cosa si riferisse Alessio nei suoi vaneggiamenti, mi creda, mi sembravano le parole di un matto, io....-



Lei, a quanto ci risulta, la domenica pomeriggio alle ore 15,12 ha ricevuto una chiamata da parte della signorina Olga de Martinis, nel corso della quale la ragguagliava in merito ad un'olofonata di cui il Greco l'aveva fatta oggetto.-



E' verissimo, ma anche in quel caso...-



-Anche in quel caso il Greco la invitava ad esortarvi ad accendere qualcosa, naturalmente quel qualcosa che voi non sapete assolutamente cosa sia.-



-Anche ad Olga Alessio ha detto solamente un paio di frasi sconclusionate e senza senso.-



-Qualche senso però lei deve avercelo trovato, se è vero che il lunedì sera alle ore 23,26 proprio la signorina De Martinis ha chiamato gli agenti della PP domandando protezione dallo stesso Alessio Greco e pochi minuti dopo, alle 23,33 le ha olofonato terrorizzata, avendo appreso in olotv che il suo amico era in realtà un terrorista.-



-Non so se Alessio è un terrorista e non mi risulta che abbia fatto qualcosa di male, come ho detto anche ad Olga è sempre stato la persona più mite del mondo, mi sembrerebbe incredibile che....-



-Ha poi fatto quello che il Greco le suggeriva di fare, accendendo ciò che non sa?-



Non ho acceso nulla che non sia l'olotv, l'olocellulare o l'olonet qui in ufficio, e nulla avrei avuto da accendere.-



-Bene, bene- disse il colonnello, dando l'impressione di ritenersi per il momento soddisfatto.

-Proviamo a cambiare discorso, lei conosce Samantha Morello?-



-Si tratta di una collega alla quale mi rivolgo frequentemente per i problemi di spedizione concernenti le varie collezioni, le è forse successo qualcosa?-



-No, no, almeno non ancora. Ma mi dica, quando ha sentito la Morello per l'ultima volta?-



-Venerdì pomeriggio intorno alle 15, prima dell'incidente al povero Parisi.-.....


-Prima dell'attentato compiuto dal Parisi, vorrà dire.- Ribattè il colonnello Siraci con ira.



-Si certo.-



-Per ora non credo di doverle rubare altro tempo, però c'è ancora una cosa che voglio chiederle: ha idea del perchè stamattina, fra le 7,38 e le 7,46 il suo biorec ha smesso di funzionare per 8 minuti esatti?-



-Assolutamente no, a quell'ora mi stavo affrettando per raggiungere in tempo la metro.-



-Certo, lo immaginavo - disse il Siraci con lo sguardo meditabondo, mentre un atttimo dopo Colombo si affrettava a congedarlo, senza rivolgergli alcun rimprovero, nè fare riferimenti al richiamo nero.



Una volta tornato in ufficio Mario si tuffò a pesce nello schermo olonet, incurante delle occhiate dei colleghi che continuavano ad osservarlo con malcelata curiosità. Emerse solamente alle 17,20 quando si alzò per andare alla seduta dal prof. Salvetti, diede un buffetto sulla guancia del Semioli che lo guardava bianco in volto e disse sorridendo -ciao Mattia, come puoi vedere, nonostante il richiamo nero sono ancora qui.- Uscì dalla porta, superò le guardie all'ingresso e si trovò in strada, immerso nella stessa nebbia giallo verdognola che aveva lasciato la mattina, regolò la maschera sul livello 4 e s'incamminò lentamente verso il tappeto 23.

 
La luce del buio - capitolo VIII - Il libretto rosso









Arrivò dinanzi allo studio del prof. Salvetti con circa mezz'ora di anticipo, ragione per cui decise che aveva il tempo di concedersi una sigaretta, prima della seduta. Gli ci volle un po' per riuscire a trovare una camera fumo, dal momento che la più vicina era situata qualche centinaio di metri più avanti. Una volta scovatala inserì la dm card nell'apposita fessura ed entrò, chiudendosi la porta alle spalle. Aveva appena acceso la sigaretta e stava godendosi le prime boccate di fumo, quando l'uscio si riaprì per lasciare entrare un altro "schiavo del vizio" e con immenso stupore Mario si trovò faccia a faccia con l'anziano dalla barba e dai capelli bianchi che lo aveva urtato nella metro la settimana precedente.


L'uomo gli si avvicinò, domandandogli se avesse da accendere, e quando Mario una volta estratto l'accendino dalla tasca lo avvicinò alla sua sigaretta, gli posò per un attimo la mano sul polso. La fitta fu improvvisa e violenta, come la volta precedente, ma questa volta durò di più, lasciandolo confuso ed inebetito. Ebbe solo il tempo di mormorare - perché l'ha fatto?
- mentre l'uomo stava già riaprendo la porta, dopo avere appoggiato qualcosa sulla mensola che conteneva i portacenere. Non appena si fu un poco ripreso, Mario si avvicinò alla mensola, sopra la quale era adagiato un libro dalla copertina rossa. Lo guardò per un attimo, poi lo prese fra le mani e lo infilò rapidamente nella borsa, ben consapevole di avere fatto un gesto che avrebbe potuto costargli molto caro.



Uscì dalla camera fumo in uno stato di profonda agitazione, dal momento della sua uscita di casa quella mattina erano accadute troppe cose e troppo in fretta, perchè gli fosse possibile assimilarle tutte. Prima l'incontro col Bernini, la strana riunione nella cantina e l'ancora più strana conversazione con Alessio, troncata a metà dal cannone sonico della pp. Poi l'interrogatorio in ufficio, con il colonnello Siraci che pretendeva risposte che lui non era in grado di dargli. Infine l'incontro con l'uomo anziano dalla barba bianca, la scossa, il dolore, quel libro che con gesto improvvido aveva riposto nella borsa. La testa gli faceva male, avrebbe voluto potersi fermare un attimo a riflettere ma non poteva, doveva affrettarsi per non arrivare tardi all'appuntamento.


Quando suonò il campanello dello studio del prof. Salvetti, il cuore gli batteva forte nel petto e le tempie pulsavano, ma era in perfetto orario. L'olosegretaria con i capelli biondo platino lo accolse cordialmente, invitandolo a sedersi nel salottino che già conosceva. Lui si sedette sul divanetto e tentò di concentrarsi sulle immagini dell'olonet, ma nonostante tutti i suoi sforzi non riuscì a rilassarsi neppure un poco.


- Buongiorno - esordì con il suo tono nasale il prof. Salvetti, - ha trascorso una buona domenica? E grazie al farmaco che le ho prescritto inizia a sentirsi meglio?-



- Senza dubbio è stata un'ottima domenica- mentì Mario, che certo non poteva raccontare allo psichiatra l'allucinante olofanata di Alessio Greco, - ma in quanto a sentirmi meglio, beh le avevo già detto che stavo benissimo anche prima di prendere le pillole, professore.-



-Già, ricordo fin troppo bene questo suo convincimento, ma non intavolerò una discussione per dimostrarle che sta sbagliando, preferisco andare avanti con la terapia. Allora, sabato sera ha guardato "Quanto mi ami"?-



-Certo professore, con molta attenzione e fino alla fine.-



-Bene, quali insegnamenti ha tratto dal programma? Quali riflessioni le hanno ispirato le gesta dei coniugi Maiani? Ha provato a mettere in pratica una qualche sorta d'introspezione interiore dopo avere visto l'epilogo? Si è sentito euforico, eccitato, divertito o semplicemente indifferente? Mi dica, mi dica...-



Non saprei, l'ambientazione del locale era molto raffinata, il letto ad aria mi ha colpito molto, non ne avevo mai visto uno così. Ma poi tutta quella violenza mi ha lasciato sgomento, come si può ammazzare la persona che si è sposata, solamente per un mucchio di denaro? Mi sono sentito semplicemente triste e schifato.-

 
-Le sue parole mi confermano, caro signore, che abbiamo ancora molto da lavorare, prima che lei riesca a raggiungere un equilibrio accettabile, davvero ancora molta strada da fare, ma vedrà che con un poco di pazienza ci riusciremo. Mi dispiace molto che soffermandosi sulla violenza e restando vittima della sua tristezza cronica, lei non sia riuscito a cogliere la sinfonia emozionale che trasudava dall'intero programma. L'esaltazione della competizione, vero valore fondante della nostra societa`, la vittoria dell'ambizione e del desiderio di emanciparsi dal proprio status, sul gretto arroccarsi a difendere i propri sentimenti. In pratica "Quanto mi ami?" riesce ad incarnare in tutte le sue sfumature l'unica vera legge che regola la vita di noi tutti: quella della selezione naturale, in base alla quale il piu` forte sopravvive a spese del piu` debole, non trova?


-Veramente non avevo colto nulla di tutto cio`, semplicemente ho avuto la sensazione di assistere ad un omicidio, sia pur legalizzato ed incastonato all'interno di un programma d'intrattenimento.-

-La selezione naturale non puo`essere considerata alla stessa stregua di un omicidio, caro signore. Il piu`forte trionfa sul piu`debole come il meglio sul peggio, il bello sul brutto e via discorrendo. Si tratta dell'unico vero incentivo a migliorarci ogni giorno, per competere con successo, in una societa`dove non c'e`spazio per i perdenti, privi di ambizione e di amor proprio. Spero che questa morale possa esserle di grande utilita`.-

-Lo sara`sicuramente professore.-

-Bene, credo che per oggi abbiamo finito, domani sera le consiglio di guardare "Mi raccomando non perdere il lavoro", cosi`nella seduta di venerdi`potremo analizzare la puntata e vedere se lei inizia a fare qualche miglioramento.-

Quando gia`Mario stava apprestandosi ad alzarsi dal lettino e salutare, il prof. Salvetti aggiunse quasi con indifferenza -Ah mi raccomando, se dovesse olofonarle ancora quell'Alessio Greco, il suo amico, abbandoni l'atteggiamento passivo della scorsa volta e tenti di gestire lei la conversazione, magari riuscira`a capire cosa deve accendere e perche`.-

-Faro`come ha detto lei, arrivederci e buona serata- rispose Mario, che doveva sicuramente
essere rimasto qualche istante con la bocca spalancata per lo stupore, nell'apprendere che il professore era al corrente della telefonata di Alessio e probabilmente anche delle sue conversazioni con Olga.

Ritornato in strada, Mario fece ancora una volta visita alla camera fumo dove aveva incontrato l'uomo dai capelli bianchi, poi sali` sul tappeto 18 che lo lascio`a poche decine di metri dalla casa di Olga.


Quando suonò il campanello, ľoloportiere del palazzo, con i capelli brizzolati ed un completo tuttofare chic, gli domandò chi volesse visitare e lo invitò a fornire la propria identità. Mario disse che stava andando dalla signorina Olga De Martinis, scandì il proprio nome ed accostò gli occhi allo scanner della retina situato in bella vista sulla plafoniera. Dopo un paio di minuti ľoloportiere gli aprì il grande portone, in plastolegno scuro e gli disse di salire al settimo piano, cosa che Mario fece immediatamente utilizzando il comodo ascensore a cuscino d'aria.....
Appena arrivò, Olga lo stava aspettando sulla porta, aveva il viso smunto ed i capelli stranamente in disordine ed indossava un pacchetto ribelle di città che certo aveva conosciuto giorni migliori.
- Ciao finalmente sei arrivato- esordì la fanciulla come se lo stesse aspettando da tempo.
-Ti avevo detto che sarei venuto verso le 20 e sono le 20,10 stai bene Olga? Mi sembra di vederti un poco strana....-
-No, non sto bene per nulla, ma vieni dentro è assurdo metterci a parlare qui sulle scale-

Mario si affrettò ad entrare nell'appartamento e non essendoci mai stato prima manifestò un sincero interesse per l'arredamento e le olocomposizioni floreali, distribuite con abbondanza praticamente in ogni dove.
Olga senza neppure fare caso alle sue parole, iniziò a parlare a ruota libera senza neanche fermarsi per prendere fiato.
-Sono sconvolta, credimi, sono semplicemente sconvolta. Oggi quando ho lasciato la farmacia, due agenti della pp mi stavano aspettando fuori dalla porta, mi hanno caricata sulla loro auto e sono saliti qui a casa con me. Si sono accomodati in salotto ed hanno iniziato a farmi ogni sorta di domanda, riguardo a te e ad Alessio Greco. Quando vi avevo conosciuti, in che rapporti ero con voi, quante volte ci eravamo visti, di cosa avevamo parlato e molto altro ancora. Poi hanno preteso che ripetessi ogni parola della telefonata che Alessio mi fece domenica, nonostante sembrasse che la conoscessero già a memoria e volevano che spiegassi loro cosa voleva farti accendere. 
Io non ho la benché minima idea di cosa Alessio voleva che tu accendessi e l'ho ripetuto fino alla  nausea, ma loro continuavano a non credermi, dicevano che il fiancheggiamento di un terrorista è un reato grave come il terrorismo stesso e che avrei rischiato di finire in prigione o anche peggio, se non dicevo la verità, è stato terribile, un vero incubo, poi ho iniziato a piangere e...-....







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